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Questa volta tocca a noi lettori

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Oggi voglio parlare di noi lettori, parlo al plurale e mi conto nella categoria, perché credo e spero che molto debba cambiare nel mondo dell’editoria se vuol avere un minimo di futuro nel nostro paese, ma che sopratutto debba mutare qualcosa nell’utente finale.
Mi pare chiaro e evidente che, salvo poche e riconosciute eccellenze, il mondo editoriale è pieno di cialtroni (più o meno consapevoli), incompetenti misti, maneggioni e raccomandati di varia natura; tutto poteva filare liscio finché il mercato non aveva problemi e a dire il vero la poca editoria di qualità riusciva a ritagliarsi un suo piccolo spazio e riusciva a sopravvivere.
Ora purtroppo no, c’è la crisi che, con la sua enorme falce, sta mietendo vittime senza distinzioni e senza remore.
Tutto questo mi rendo conto è terribile, ma può e deve essere uno sprone e una occasione per cambiare la cose.
Faccio un appello a tutti: stavolta tocca a noi.
Ognuno di noi nel bene e nel male ha una piccola potenza dalla sua parte che da sola è inutile, ma che unita a molte altre diventa una carica dagli effetti deflagranti.
Mi riferisco ai soldi nelle nostre tasche.
E’ vero, una grande industria se ne può sbattere altamente se un solo pinco pallo qualsiasi si lamenta e smette di comperare i loro prodotti, ma la cosa comincia a diventare molto diversa se siamo in centinaia a fare altrettanto.
Si passa a quel punto da essere considerato uno spaccapalle di turno a un trend negativo che sposta i fatturati, la qualcosa fa molto riflettere.
Dobbiamo diventare lettori consapevoli e forse ci ascolteranno (o più ragionevolmente ascolteranno il loro portafoglio).
Ma veniamo a cosa mi riferisco nello specifico:

1) Se non siete contenti di come si comporta una casa editrice, fateglielo sapere senza avere timori. Una legge di marketing dice che addirittura dovrebbero essere contenti di ricevere una lamentela da un cliente, perché vuole dire che vuole rimanere tale. Ovviamente sto parlando di lamentele, non di insulti, quelli non sono accettabili. Una lamentela è educata, puntuale e circostanziata. Vi assicuro che una isolata mail di protesta non conta nulla, mentre una discreta serie fatta da persone diverse hanno tutto un altro sapore.
2) Diffidate dagli editori che operano solo una politica fatta sul prezzo ribassato e niente altro; la qualità scoccia dirlo ha un prezzo che deve essere pagato e riconosciuto; questo non vuol dire che non ci debbano essere offerte, ma quelle appunto sono un’altra cosa.
3) Premiate e fate pubblicità di chi, secondo voi, si ben comporta. Il passa parola rimane da sempre il mezzo pubblicitario più efficace e riconosciuto. Ricordate non state facendo una marchetta, state premiando la qualità.
4) Punite commercialmente chi secondo voi non vi tratta con il dovuto rispetto. Faccio un esempio personale: un mio scrittore preferito è stato a mio avviso tradotto in maniera scriteriata da una grande casa editrice: volumi (a differenza della edizione originale) spaccati in più parti accampando scuse ridicole. Io nel mio piccolo ho cessato di comprare i volumi in italiano e so che altri hanno fatto altrettanto. Ad una bieca scelta commerciale lesiva del lettore va sempre risposto con ciò che queste aziende maggiormente temono, ossia un calo delle vendite.
5) Non abbiate paura di provare a leggere le auto-produzioni, ma anche lì siate intransigenti, cercate la qualità…e sopratutto pagatela.

Sembra un discorso folle (e forse in parte lo è), ma forse l’unico mezzo per far cambiare le cose sono i nostri euro e l’assoluta consapevolezza che il comportamento del singolo non conta nulla, mentre quello della massa sì.

Narrativa Pulp a go go

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E alla fine anche io ho scoperto (o sarebbe meglio dire ri-scoperto) la letteratura Pulp.
Che cos’è dite?
Fermi, non andate a cercare su Google il significato del termine, fermi. Cercherò in poche parole di spiegare questa definizione.
Anche perché più ne parlerò più scoprirete di conoscerla in realtà senza saperlo.

La letteratura pulp nasce agli inizi degli anni 30 negli Stati Uniti e prende il suo nome da Pulp ossia la Polpa degli alberi da cui si ricavava un tipo di carta di bassissima qualità.
Dagli editori dell’epoca ci fu il tentativo di produrre riviste di fiction avventurosa low budget rivolte a lettori (spesso lavoratori di basso profilo scolastico) con poco tempo e tanto voglia di svago.
Da qui la dicitura Pulp Fiction.
A molti a questo punto si sarà accesa una lampadina ricordandosi del famosissimo film di Quentin Tarantino ambientato tra la bassa criminalità americana, a base di noir, sangue e colpi bassi.
Se state pensando questo, purtroppo in parte vi state pesantemente sbagliando.
La letteratura Pulp è stata prima di tutto intrattenimento a trecentosessanta gradi: action, noir, fantasy, fantascienza, tutto faceva brodo purché catturasse l’attenzione e sbalordisse il pubblico.
Una narrativa semplice (alcuni critici l’hanno definita grossolana), ma che ha permesso a grandi scrittori di farsi le ossa (e guadagnarsi pure il pane dignitosamente).
Il successo è stato immediato e travolgente, permettendo il moltiplicarsi delle riviste (molte a questo punto rivolte a un singolo genere).
Si moltiplicarono i personaggi seriali che divennero delle vere e proprie icone; ne cito alcuni fra i più famosi: The Shadow (l’uomo-ombra), Doc Savage, Tha Avenger (il vendicatore), The Spider.
Un successo che ciclicamente si è rinverdito negli anni, basti pensare ad esempio alla figura di Indiana Jones, o al Rocketeer.
E in Italia?
E’ arrivato (e ancora arriva) molto poco e con il contagocce, nonostante la produzione in inglese sia vastissima.
Eppure il nostro amato stivale ha dimostrato negli anni di avere molti appassionati di questo genere.
Quindi che fare?
Fare come al solito qualcosa da soli, sperando nel mio piccolo di smuovere le acque.
Già altri stanno facendo lo stesso (a questo riguardo vi consiglio di dare uno sguardo ai blog di Alessandro Girola e Davide Mana, trovate i link trai i miei preferiti nella sezione a destra della schermata oppure nella sezione degli articoli dedicate agli Italian Net-Writers) per farvene un’idea, ma anche io nel mio piccolo vorrò dire la mia.
E’ in fase di completamento il mio ultimo lavoro: “Guglielmo Marconi e il mostro de le Lame”.
In poche parole: Ucronia, mostri e tecnologia anacronistica.
Che altro chiedere di più?

Penny Dreadful, la serie televisiva

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Nell’epoca tardo vittoriana i Penny Dreaful (traducendo liberamente in “Orrori da un Penny”) erano pubblicazioni a poco prezzo (un Penny appunto) che il popolino leggeva per svago; come il loro nome lascia presagire il loro argomento spaziava da argomenti di cronaca nera particolarmente truculenti, a leggende metropolitane nere, a racconti gotici e dell’orrore.
Lo stile era semplice(in quanto rivolto a gente di bassa cultura) e rapido (spesso i lavoratori non avevo molto tempo a loro disposizione), il tutto condito da illustrazioni grossolane e molto gore.
Dopo questa necessaria premessa veniamo alla serie televisiva che prende il nome appunto da queste pubblicazioni e che è ambientata nel periodo della loro massima diffusione.
Mi sbilancio (e mi scuserete), ma ci troviamo di fronte a un prodotto eccelso che rielabora una idea non nuova (mi riferisco al fumetto culto di Alan Moore “La lega degli straordinari Gentlemen”), ma la gestice con sapienza e maestria dando un prodotto originale ed estremamente ben fatto.
Già il cinema aveva tentato in passato di rendere in live motion l’opera di Moore con risultati disastrosi (“La leggenda degli uomini straordinari” è una vaccata clamorosa che usa l’idea base dell’autore per creare una brutta copia di una americanata pazzesca), ma questa serie televisiva inglese invece centra in pieno il bersaglio.
La serie è cupa, intrigante, mai scontata e piena di colpi di scena.
I protagonisti poi sono estremamente accattivanti: un misto di personaggi di famosi rielaborati (Dorian Gray, il dottor Frankenstein e la sua creatura) e nuovi entrate (un oscuro pistolero americano, Lord Murray).
Otto puntate che non deludono e che mostrano una Londra da incubo, cupissima e sporca.
Spero in una seconda stagione, che possa dipanare molto nodi lasciati insoluti.
Serie ovviamente straconsigliata.

Sulla fanfiction e l’opera “omaggio reverenziale”

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Prendo spunto da un ottimo post del blogger Davide Mana (per chi fosse interessato a leggerlo questo è il link) per fare una mia piccola riflessione e andare un po’ alla deriva con le mie idee personali.
Mi rendo conto che  come tutti i post arguti (e che vorrebero spingere indirettamente a una riflessione intelligente e ponderata), quello di Davide è stato ampiamente frainteso, travisato e comunque ampiamente mal interpretato (basta leggere alcuni commenti).
A questo punto mi sembra doveroso dire la mia.
In passato ho letto parecchie fan-fiction sulla rete e devo dire che i risultati sono stati spesso discontinui: mi sono passati davanti agli occhi lavori ben fatti, alcune letture non disprezzabili, ma anche (sempre parere mio) autentiche porcherie.
Una cosa voglio sia chiara fin da subito: io non ho nulla con chi desideri scrivere opere basate su personaggi famosi di altri, esistono esempi assai autorevoli di ottimi lavori fatti da mostri sacri della letteratura di genere; il primo esempio mella mia mente è lo scrittore Philip Josè Farmer (autore che adoro) che nella sua smisurata produzione (per lo più di fantascienza, ma non solo) ha voluto e potuto inserire romanzi aventi per protagonisti Tarzan, Doc Savage e perfino Phileas Fogg de “Il giro del mondo in 80 giorni” di Verniana mermoria.
Quello scelto da me è di certo uno degli esempi più alti in questo genere: ossia quando un ottimo narratore mette la sua arte al servizio di un personaggio che secondo lui ha ancora qualcosa da dire o da dare…magari aggiungendo una novità, o una prospettiva o un diverso punto di vista.
E a questo punto, se mi permettete, che casca l’asino: un conto è l’omaggio reverenziale con una ricerca di tocco personale, un altro è l’utilizzo di un personaggio già esistente per una storia che non aggiunge nulla oltre alla trama.
Niente da dire rimane un ottimo esercizio di stile ed è di certo rassicurante “esercitarsi” su un Setting pre-esistente, ma credo anche che chiunque abbia una qualsiasi velleità di scrivere seriamente (e per “seriamente” intendo mettersi alla prova sul serio), debba prima o poi cimentarsi con una lavoro personale in ogni sua parte.
Questo non significa rinunciare a utilizzare degli archetipi esistenti, ma ritengo doveroso il bisogno di aggiungere sempre un tocco personale, metterci del proprio estro…perché alla fine è proprio quello a fare la differenza.

Recensione: Savage Worlds Deluxe Edizione da Battaglia

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Cosa cerco in un gioco di ruolo?
Un po’ di tempo fa provai a rispondere alla domanda (ecco il link a quel post), devo dire però che in passato cocenti delusioni e ora guardo con estremo sospetto le nuove uscite, specie quelle che si propongono come prodotti generici, completi.
Con Savage Worlds sono stato però sfatato fino al midollo: il gioco è veramente completo, adattabile a qualsiasi ambientazione (dal fantasy più spinto fino a quelle di fantascienza hard).
Il manuale è compatto, di facile consultazione e (cosa che non guasta) pregevole a livello grafico.
Dulcis in fundo, il regolamento è affiancato da tre ottime ambientazioni:

1)Enascentia: una originalissima versione fantasy decadente.

enascentia

2)Necessary Evil: gli alieni hanno invaso la terra, gli eroi sono tutti morti nel tentativo di respingerli. Ora la resistenza è affidata alla mani dell’unica forza possibile: i supercattivi.

Necessary Evil Explorer's Edition (Savage Worlds)

3)Deadlands: la ciliegina sulla torta, l’ambientazione horror-western-fantasy con la A maiuscola.

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Commento: Siamo di fronte a un gran bel gioco, ma analizziamo i punti di forza:

1)Il Prezzo innanzitutto (è brutto da dire, ma in tempi come questi è pregio assoluto): con meno di 13 euro ci si porta a casa un prodotto completo, adattabile e ben fatto.

2)Il regolamento: facile, profondo e permette una costruzione dei personaggi giocanti molto personalizzata (e quindi addio ai PG fatti con lo stampino).

3)Le migliori ambientazioni di riferimento (presenti, ma non necessarie): dico solo Deadlands e ho detto tutto.

Veniamo ai punti di debolezza:

1)Il regolamento: pur nella sua semplicità presenta degli elementi che non a tutti i giocatori di ruolo potrebbero piacere: il fatto di poter costruire battaglie con le miniature, l’elemento aleatorio dato dalle carte da gioco; tutte cose che io trovo pregevoli, ma purtroppo (o per fortuna) non siamo tutti uguali.

2)Le ambientazioni di riferimento: pur essendo un regolamento generico, Savage Worlds ha una scelta delle ambientazioni molto originali (cosa che io ritengo in realtà un estremo punto di forza) e che potrebbe scoraggiare gli amanti del solo fantasy classico alla Tolkien.

3)L’impegno: Savage World è un sistema di gioco che (pur nella sua semplicità) necessita di un certo impegno regolistico da parte del Dungeon Master…niente di estremo s’intende, ma certamente non un regolamento “easy” o leggero.

Giudizio finale: Consigliatissimo a tutti gli amanti di un gioco di ruolo economico, completo e accattivante.

Di seguito il link alla sito ufficale del gioco.

Come vendermi un Gioco di Ruolo

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Fra qualche mese ci sarà la famosa manifestazione “Lucca Games and Comics”; quest’anno sono state preannunciate parecchie nuove uscite e, anche se la voglia di prendere parecchia roba ci sarebbe, di certo cercherò di spendere i miei soldi in maniera coerente.
Sono anni che fra alti e bassi bazzico il mondo del gioco di ruolo (da qui in avanti GDR) e posso dire di averne viste di tutti colori. Mi sono passati fra le mani giochi molto validi caduti poi nell’oblio, mentre altri mediocri hanno vissuto una longevità inaspettata.
Non mi voglio ergere a gran maestro della gestione e del marketing, ma vorrei stilare una serie di semplici linee guida che, come utilizzatore finale di un gioco, mi fanno decidere se ne valga la pena l’acquisto (a prescindere dalla validità di un regolamento o dalla bellezza dell’ambientazione di riferimento che comunque spesso influiscono).

1) Il gioco deve essere pronto alla sua uscita per essere giocato subito. Ciò significa che una volta lette (e imparate) le regole si dovrebbe essere in grado di “masterizzare” (per i profani il master in un GDR è l’arbitro del gioco) senza problemi. Una dotazione minima necessaria dovrebbe comprendere:
a) Un manuale delle regole scritto in maniera chiara e di facile consultazione (un indice analitico sul fondo sarebbe “cosa buona e giusta”).
b) Se il tipo di gioco è un regolamento generico, andrebbe affiancato con almeno una ambientazione di supporto.
c) Il manuale dovrebbe avere al suo interno (o quanto meno rendere gratuito lo scarico in rete) un’avventura introduttiva. L’avventura risulta essere un ottimo aiuto ai giocatori, spesso alle prime armi, su come impratichirsi delle regole, alla gestione dei personaggi.
d) Fare come negli Stati Uniti (qui capisco che il mio è veramente un sogno) e permettere al cliente che acquista il manuale (e solo a lui) di scaricarne la versione digitale. Questo per far sì che il libro originale non si rovini nella consultazione (è proprio un altro mondo) e trasformarlo in oggetto da collezione.

2) Il gioco deve essere supportato. La casa editrice dovrebbe cercare di stabilire un collegamento diretto con i giocatori (e con quelli potenziali). Aprire un forum di discussione (spesso nello stesso sito dell’editore) in cui vengono in prima persona affrontati dubbi, riscontri e scambi di opinione, non è solo una spesa fine a sé stessa, ma vuol dire creare un rapporto di fidelizzazione diretta con i giocatori. Cosa che alla fine paga sempre.

3) Il gioco deve avere una politica delle uscite costante (mi riferisco soprattutto ai GDR legati a una ambientazione specifica). Avere una certezza delle uscite produce un effetto di attesa nei giocatori sempre presente, oltreché dare un’idea di gioco vivo e (scusate il termine) giocato.

Purtroppo in molte occasioni l’italianità (e qui voglio essere un po’ offensivo) della gestione si è scontrata con il buon senso e quando ad alcune case editrici ho fatto notare alcune lacune e mancanze dei loro prodotti (secondo il mio punto di vista s’intende), mi son sentito dire in modo più o meno garbato che non capivo nulla su come si gestisce una casa editrice.
Ovviamente poi quegli stessi GDR sono poi editorialmente morti.

In conclusione non credo di avere alcuna verità assoluta in tasca e non voglio fare di tutta un’erba un fascio (esistono nell’ambito editoriale italiano case di GDR che seguono queste linee con ottimi risultati) né guardare all’estero come il Nirvana assoluto (basti guardare ai disastri creati negli Stati Uniti con l’ultima edizione di D&D e del gioco di Warhammer).
Certo che un po’ di sana autocritica farebbe solo un gran bene.

L’autoproduzione…questa sconosciuta…

Sono un tipo tranquillo e odio le polemiche strumentali, ingiustificate; questa volta mi sento di dire la mia su un argomento che in parte mi tocca personalmente e che ( permettetemi l’affermazione) ha lasciato parecchi “esperti” del settore liberi ( come diceva il compianto nonno) di “dar aria i denti” con opinioni, nel migliore dei casi, ridicole.
Ma entriamo nel merito e parliamo di auto-produzioni.
La verità è che in parecchi quando sentono pronunciare la fatidica parola (auto-produzione intendo) associano il tutto a qualcosa raffazzonato, fatto male, approssimativo.
Il tutto nasce secondo me da due fattori:

1) L’italiano medio è, per sua natura e storia, refrattario a qualsiasi cosa esuli o esca dai canali ufficiali. Il resto viene visto con diffidenza, spesso non correlata dall’esperienza diretta.

2) Il chiacchiericcio malevolo di molti “esperti”. Volendo utilizzare un velato ottimismo, in parecchi (anche voci autorevoli, o presunte tali) spalano merda contro le auto-produzioni, rendendo così vero un adagio sempre attuale: ossia che purtroppo l’infamia (anche se ingiustificata) ha sempre imposto a lungo.

A questo punto non voglio nascondermi dietro a un dito, ma, quando si esprime un giudizio, bisognerebbe giudicare un prodotto dalla sua qualità effettiva e non dalla sua origine “indipendente”.
Esistono ottime auto-produzioni fatte con professionalità (a questo riguardo esorto chiunque a farsi un giro nel blog alla sezione “Net-Writers” per farsi un’idea diffusa di quello che sto parlando), come ne esistono di pessime; questo però vale anche per la cosiddetta “editoria ufficiale”, che alterna prodotti di alta qualità (sempre meno purtroppo) ad altri dal valore alquanto discutibile.
Riguardo alle scelte delle case editrici poi mi sono espresso in questo mio articolo e non mi voglio ripetere di nuovo, ma una cosa comunque mi sento di aggiungerla a chiusura dell’articolo.
Ma perché nascono, anzi fioccano, le auto-produzioni?
Facendo un paragone ardito, un po’ per lo stesso motivo per cui nasce il volontariato, specie quello di protesta.
Esiste un buco nella produzione letteraria che la grande editoria non sa e non vuole colmare…
Forse per incapacità, forse per scarsa lungimiranza, forse per ritrosia…
Forse perché (lo dico con grande tristezza) spesso la “pubblicabilità” di un libro è decisa non per la qualità o per le esigenze di mercato, ma con logiche quasi vicine alla malavita organizzata o al nepotismo universitario.
La tecnologia in parte permette di colmare questo vuoto ( e sempre parecchi di questi di Net-Writers raggiungono nel loro piccolo migliaia di download), ma non è di sicuro la panacea di tutti i mali.
Una cosa mi sembra certa: il mercato letterario è in crisi profonda e non solo perché gli italiani spendono meno soldi in libri.

Il latore di scomode verità

Scrivo il post di oggi con la tristezza mista a un senso di fastidio che non riesco a cancellare.
Tristezza per la morte di una persona passata inosservata a causa di un altro decesso mediaticamente molto più eclatante (mi sto riferendo a Piermario Morosini); il fastidio, invece, è stato cagionato dal leggere alcuni giornali di oggi, bravissimi a darne la notizia minimizzando i contenuti degli ultimi anni per esaltarne il passato difficile.
Mi sto riferendo a Carlo Petrini.
Per chi non lo conoscesse Petrini è stato un attaccante che militato in parecchie squadre importanti di serie A (Milan, Genoa, Torino, Bologna) tra la metà degli anni sessanta e gli inizi degli ottanta.
Ma la sua non fu solo una vita di gloria sportiva, ma anche di amarissime vicende personali legate al calcio scommesse e ai crack finanziari.
Non voglio però dilungarmi in questo aspetto della sua vita (e esorto chi mi legge se volesse saperne di più a consultare la voce di Wikipedia al riguardo), ma voglio parlare dei suoi ultimi anni.
Reso quasi cieco da un glaucoma, Petrini pubblica nel 2000 per la “Kaos edizioni” Nel fango del Dio Pallone, autobiografia della sua vita sportiva e non nel mondo del calcio, un durissimo atto di accusa contro il doping imperante (che Petrini riteneva causa della sua malattia), del malaffare e degli intrallazzi.
Negli dieci anni scriverà con lo stesso editore altri nove libri, tutti altrettanto scomodi e virulenti.
Mai intervistato seriamente dalle testate giornalistiche(le stesse che chiamano come opinionisti inquisiti e condannati), non ha mai ricevuto (per quanto mi è dato sapere) alcuna causa per diffamazione da parte di alcuno.

Vi lascio con un’ultima sua dichiarazione emblematica e inquietante, non solo per il calcio di oggi, ma anche della nostra società.

«Una recente indagine ha dimostrato che un adolescente su tre è disposto a fare uso di sostanze illecite pur di raggiungere il successo nel mondo del calcio. La cosa ancora più inquietante è che il 10% di loro si dichiara ‘pronto a morire per uso di questo sostanze’, pur di assomigliare al proprio idolo sportivo».

Top 5: I migliori programmi free secondo me


Stilo qui la Top Five dei miei programmi free e opensource che utilizzo normalmente e che mi sento di consigliare anche per chi, come me, è un “idiota digitale”.

5) Celtx. Programma free pensato sopratutto per scrivere sceneggiature e il cinema, si dimostra un ottimo strumento nella scrittura creativa.



4) Sigil. Applicazione opensouce per la creazione e l’editing dei file Epub. Ottimo per la validazione.



3) Moxilla Firefox. Da quando l’ho scoperto ho gettato nel cesso Internet Explorer e questo è quanto.



2) Gimp. Detta in soldoni il Photoshop opensource: facile da usare, ipersupportato, che si vuole di più.



1) Openoffice. Il writer di questa suite permette l’esportazione di testo in tutti i formati (pdf incluso) e in più scaricando una piccola estensione permette in un click di creare file Epub. Che si vuole di più.

Questo mercato digitale

Sarà che negli anni la mia pazienza si è considerevolmente assottigliata, sarà che il mondo è peggiorato (o forse la mia percezione di esso), saranno tante cose, ma alcune affermazioni di cosiddetti addetti ai lavori ormai mi fanno prima ridere e poi incazzare mortalmente.
Entriamo però nel merito; nei giorni scorsi ho letto le dichiarazioni di Marco Polillo, presidente della AIE (Associazione Italiana Editori) sulla pirateria negli Ebook e mi sono cascate le braccia (per non dire i marroni, ma sono una personcina “a modino” e non mi esprimo con certi turpiloqui).
Afferma Polillo: “La pirateria sta mettendo a rischio il mercato nascente degli ebook in Italia, non possiamo non combatterla.”
Una dichiarazione di guerra con i contro-cazzi, ma il nostro è andato avanti.
Sempre il presidente della AIE afferma che di 25 bestsellers almeno il 75% ha già la sua copia pirata presente in rete.
“Il mercato digitale -spiega Polillo- si può sviluppare solo se gli autori e gli editori conserveranno il diritto di sfruttare anche con i nuovi mezzi i contenuti creati e pubblicati. Se la pirateria non sarà limitata, il mercato digitale semplicemente non potrà svilupparsi, con grave danno soprattutto per i lettori. Se gli investimenti che le imprese stanno oggi facendo non avranno un loro ritorno, infatti, il rischio e’ che il mercato muoia sul nascere”.
Devo ammetterlo all’inizio mi sono quasi pisciato addosso dalle risate, ma poi realizzato che diceva sul serio, è subentrata una rabbia crescente.
Ma veniamo alle mie rimostranze:

1)Mi spiace caro signor Polillo, ma molti editori hanno fatto una campagna di vendita degli ebook in rete “a pene di animale” (più volgarmente “a cazzo di cane”). La pirateria è un fattore che va tenuto in grande conto quando ci si mette nel mercato dei prodotti on-line. Se non lo si è fatto, vuol dire che si è degli incompetenti.
Punto.
La pirateria è stimolata e diffusa perché sia i libri cartacei che quelli in formato digitale sono molto cari.
Con questo non voglio giustificare in alcun modo chi commette dei reati, ma gli ebook esistono in tanti altri paesi e questa situazione da loro non sussiste.
Forse una politica dei prezzi seria non gioverebbe altrettanto? Maggiore serietà e competenza?

2)Veniamo ai costi e investimenti degli editori: caro signor Polillo se non lo sa (e mi stupirebbe essendo lei il presidente della AIE) sono quasi zero. Il formato digitale viene creato a prescindere dagli editori per inserirlo nella lavorazione di stampa classica. Ormai non si lavora più con la stampante a caratteri mobili. Per quanto riguarda i costi di gestione di un sito in rete, le assicuro che sono molto limitati e in ogni modo qualsiasi casa editrice degna di questo nome ha la sua pagina web con annesso shop.

3)In parecchi si sono sentiti presi in giro (sarebbe meglio dire per il culo) da molte case editrici per la loro politica di stampa delle opere, specie di quelle straniere. Qualità della stampa, della carta e della rilegatura al risparmio, seguita a un aumento dei prezzi. Frammentazione ingiustificata delle opere degli autori stranieri volta solo a un lucro immotivato.
Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio; per fortuna esistono ancora degli esempi di luminosa serietà, ma sono ormai veramente pochi.

Con questo credo di aver espresso il mio parere, certo si potrebbe andare avanti per delle ore, ma è meglio fermarsi qui.
Potrei andare più sul volgare e non è il caso.