Archivi categoria: Racconti Bonsai

Racconto Bonsai: Solo pace.

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Kurt terminò l’incantesimo e la parete esplose; il sottile diaframma di pietra si polverizzò lasciando al suo posto uno stretto budello scavato nella roccia.
Il giovane uomo si trascinò avanti, il solo muoversi una tortura per le miriadi di ferite, comunque continuò finché una luce in fondo al tunnel riaccese la speranza e lo spronò a accelerare l’andatura.
Il cunicolo terminò e si aprì sull’esterno: una lussureggiante foresta illuminata da una meraviglioso sole estivo.
Kurt fece gli ultimi passi quasi in trance mistica, il volto deformato dallo stupore.
Alla fine l’uomo giunse all’aria aperta, ma non ebbe nemmeno il tempo di guardarsi attorno che fu subito investito da una pioggia di frecce.
Kurt cadde al suolo e con l’ultimo alito di vita vide tre figure poco lontane.
Il demone guardò il corpo e si limitò a dire: – Ogni tanto qualcuno continua ancora a provarci, ma per fortuna gli allarmi funzionano ancora bene.
L’elfa annuì: -Già gli umani sono ostinati, lo sono sempre stati, dominati come sono dalle loro paure.
Il centauro invece sorrise: – Per nostra fortuna è così… E quando, unendo le capacità magiche dei nostri popoli, gli abbiamo ingannati facendogli credere che il mondo fosse diventato inabitabile, il terrore ha preso il sopravvento.
Il demone sghignazzò: – Si sono rintanati nelle profondità della terra per salvarsi.
L’elfa fu l’ultima a replicare: -E così deve rimanere. Perché sono una razza violenta, bellicosa… E da quando non ci sono più, qui c’è solo pace.

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Racconto Bonsai: Hybris.

 

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Gli Dei nella loro superiore saggezza danno e tolgono.
Io, Eufuriore, continuo a camminare su questa terra mentre tutto intorno a me diventa polvere e muore con lentezza.
Ho visto cadere Troia, decadere Sparta e Atene, ma persisto a sopravvivere negli anni.
Nessuna spada o lancia impugnata dall’uomo riesce a ferirmi e anche il tempo mi passa attorno senza intaccarmi.
Maledetto dagli Dei ecco cosa sono, colpito dalla loro collera per aver osato rinnegarli, per aver istigato i miei pari a fare altrettanto.
Hybris, la Superbia, ecco la mia colpa e questa è la mia pena: continuare a rimanere in vita, mentre attorno a me tutto muore.
Trattenere una risata mi è sempre più difficile e tenere la mia maschera affranta una vera tortura.
Punizione?
Sciocchi immortali ebbri d’ambrosia, non avete capito nulla.
Questo è un dono che fate al signore di tutti i superbi.
Vivere per sempre è la sola cosa che desideravo più di ogni altra.

Racconto Bonsai: Pecore

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La notte era particolarmente buia e la luna sembrava quasi non esistere dietro una spessa coltre di nubi; il satellite stava con fatica lottando per emergere, ma non stava vincendo la battaglia.
Samyr diede un’occhiata al gruppo di disperati sul gommone: un insieme di uomini male in arnese e donne, alcune in avanzato stato interessante. In tutto una trentina di individui, tutti stipati in uno spazio pensato per dieci.
Pecore, pensò l’uomo senza nascondere una espressione di disgusto.
Il viaggio proseguì ancora per parecchi minuti, quando nella pece notturna comparvero in lontananza le prime luci della costa.
A quel punto Samyr arrestò il motore dell’imbarcazione.
-Signori, siamo arrivati.
Il panico e l’incredulità iniziò a serpeggiare, seguito da qualche protesta.
Lo scafista placò tutti spianando una grossa pistola.
-A me non me frega un cazzo, ma gli ultimi cinquecento metri li farete a nuoto.
E per enfatizzare il concetto premette l’arma contro la testa della persona più vicina.
-Sta a voi scegliere se far diventare questo gommone un mattatoio.
Lentamente cominciarono a gettarsi in acqua e iniziarono con fatica a guadagnare la riva.
Pecore, il pensiero si fece di nuovo spontaneo con il medesimo disprezzo.
-Avevi ragione.
La voce estranea riportò Samyr alla realtà e si ritrovò a fissare l’unico passeggero che non si era ancora buttato, un uomo sulla quarantina con uno strano sorriso sul volto.
-Questo gommone è un mattatoio.
La luna, non vista, era riuscita ad aprirsi uno squarcio nel cielo e a mostrarsi in tutta la sua pienezza.
L’urlo di Samyr fu soffocato del fiotto di sangue che riempì la gola dell’uomo.

La bestia finì di sgranocchiare lo scafista e si preparò a continuare la caccia.

Racconto Bonsai: L’intervista.

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-Dove prendo le idee? Vengo qui e basta guardarmi un po’ attorno.
-E’ per questo che ha voluto fare l’intervista qui, nella sala d’aspetto del grande aeroporto internazionale?
-Esatto. La vede quella donna laggiù ad esempio? Vede com’è nervosa? Sta aspettando il marito dal ritorno di un viaggio di lavoro e vuole confessargli un tradimento.
-Incredibile.
-Oppure quell’uomo con cappello che sta litigando con quella signorina del personale di terra? Ha nascosto addosso 100.000 dollari non dichiarati.
-Metodo interessante. Lei viene qui e si lascia ispirare dalla gente che passa.
-No. Sarai anche un giornalista quotato, ma non hai capito un cazzo. La verità è che sono un fottuto telepate.

Racconto Bonsai: Testamento di Anarchico.

anarchia

Queste sono le mie ultime volontà : dichiaro che, sano di corpo e di mente, lascio tutti i beni, anche quelli indirettamente riconducibili alla mia persona, in beneficenza.
E con questo termino le mie disposizioni materiali e comincio con quello che diventa a tutti gli effetti il mio testamento morale.
Lascio questo mondo consapevole che una grande domanda mi seguirà come un’ombra (assieme alla altre che porto con me).
Perché? Cosa mi ha spinto?
La verità è semplice e complessa al tempo stesso: sono un anarchico.
Ho odiato da sempre ogni forma di potere costituito; la burocrazia, il servilismo del potere verso se stesso, tutte cose per cui ho provato il più profondo disprezzo e nausea.
Sono cresciuto consapevole del bisogno di una scossa alle radici stesse del sistema, di un monito purificatore e cauterizzante dei bubboni al suo interno.
Ma come fare?
Quando ho avuto l’illuminazione, mi è stato chiaro  che avrei dovuto sacrificare la mia intera esistenza all’esecuzione del piano.
Tutto è stato pianificato con anni di anticipo, agendo in perfetta solitudine per evitare contrattempi, tradimenti.
Non nascondo come, nel corso del tempo, parecchi complici occasionali abbiano agevolato la mia impresa, ma erano totalmente ignari delle mie vere intenzioni.
Di sicuro la parte più facile è stata scegliere l’uomo: non avete certo bisogno che io vi dica chi fosse.
Una brava persona (lo riconosco), un leader carismatico (non posso negarlo), una figura politica di primo piano, un uomo votato alla pace con tutto il suo essere.
La figura perfetta che cercavo.
Sono così entrato nel suo staff e risalito la vetta fino a diventare il suo braccio destro, il suo fido (e invisibile) segretario.
Mi sono impegnato con tutto me stesso a farlo assurgere a icona a livello mondiale; di fatto mi sono trasformato nella sua anima oscura: ho intrallazzato, brigato, corrotto, minacciato, mi sono adoperato dove lui non voleva o non poteva arrivare.
Con il mio aiuto ha raggiunto la fama mondiale, riconoscimenti, onorificenze e, alla fine, il Nobel per la Pace.
Raggiunto l’apice della sua carriera ormai provavo una grande stima per quella anima candida, ma nel medesimo tempo  odiavo sempre di più tutto l’apparato attorno a lui: la corruzione, l’ipocrisia.
Con gli anni le mie convinzioni si rafforzavano, mentre ogni  tessera del mio puzzle veniva messa con pazienza al suo posto.
Mancava solo l’ultimo pezzo.
E allora ho aspettato e aspettato.
Alla fine il tassello è comparso nella mia mano: il brav’uomo è morto.
Ci tengo a precisare che questa morte io non c’entro in alcun modo; era malato da tempo e comunque provavo troppo rispetto per quell’uomo pio per ucciderlo volutamente.
Come ho detto…ho solo atteso.
Il resto è venuto da sé: il cordoglio, il dolore del mondo, gli attestati di stima.
Il funerale.
Il momento che aspettavo.
Ero stato il suo braccio destro per una vita ed è sembrato naturale alla famiglia spingere perché fossi io a organizzare l’evento.
Quello che volevo.
E’ piaciuta a tutti l’idea di far svolgere le esequie nella sua città natale, mi hanno appoggiato senza riserve.
Collocare la camera ardente nello stadio cittadino è sembrata scelta consequenziale, logica…inevitabile.
Al momento in cui sto scrivendo queste poche righe, la maggioranza dei leader mondiali ha confermato la sua presenza all’evento.
Mi immagino già i controlli allo stadio, le misure di sicurezza.
Tutto inutile.
Quello che nessuno può immaginare è un ordigno esplosivo già piazzato al suo interno, nella parte più profonda dell’infrastruttura, occultato durante i lavori di ristrutturazione fatti ben dieci anni fa.
Sto parlando di un piccolo ordigno nucleare, una suite-bomb dal peso di non più di trenta chili, ma con plutonio a sufficienza per eseguire lo scopo.
Per chi si chiedesse dove abbia mai potuto trovare una bomba atomica in miniatura, deve solo ricordarsi come attorno al 1997 con il crollo delle repubbliche sovietiche l’arsenale militare russo fosse un discount aperto al miglior offerente.
ma porto con me la maggioranza dei leader mondiali.
Sarò ricordato con infamia, con odio e disprezzo.
Ma sarò anche ricordato come un anarchico.
Fino alla fine…

Racconto Bonsai: Buon natale!!!

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25 Dicembre 2012, ore 19,30.

Questa giornata di merda è finalmente finita e non vedo l’ora di andare finalmente a casa.
Ma forse, proprio all’ora di chiusura, ho fatto la classica ultima cazzata: sono uscito dalla farmacia vestito solo del mio camice bianco.
Troppa la foga di levare le tende, quasi di fuggire via…
Il freddo non è più soltanto maiale, adesso ha preso a ben diritto la giusta definizione di porco, lo sento entrarmi nelle ossa come l’ultimo cliente sgradito del turno…
I clienti….
Anche adesso che sto per abbassare la saracinesca non posso fare a meno di rivolgere il pensiero a quegli stronzi…
Li odio tutti quei pezzi di merda…
La serranda scende cigolando con lentezza, ma io non penso a come forse sarebbe il caso di oliarla, o meglio di cambiarla…
Mi guardo invece attorno con apprensione: cerco l’ultimo immancabile deficiente con la sua domanda del cazzo…
“Scusi… sta per caso chiudendo?”
Noooooo… faccio fare ginnastica ai meccanismi.
Quante volte ho dato questa risposta cattiva nella mia testa, ma da lì non è mai uscita.
Il mio ruolo impone un certo contegno: sorrido, anche se di mala voglia, e ridivento professionale.
Dopotutto il mio lavoro è così, specie nelle domeniche e durante le festività.
In quelle giornate il lavoro si trascina lento e il tempo sembra non passare mai; la zona in cui è situata la mia farmacia è certamente una zona centrale, ma è piena di uffici ed attività chiuse in quei giorni.
Di fatto le uniche persone in giro sono di due tipi….
I disperati e i rompicoglioni…
Dei disperati non mi lamento: farebbero volentieri a meno di entrare in farmacia, ma stanno talmente male da non poterne fare a meno.
I secondi, invece, sono molto più insidiosi: sono gli schiavi delle idiosincrasie tipiche del nostro tempo.
Chiamo queste fissazioni i cinque ODDIO:
“Oddio dottore non dormo…”
Stai tranquillo che prima o poi lo fai…
“Oddio dottore sono grasso…”
Mangia meno merda…
“Oddio dottore sono depresso…”
Trovati un vero amico, demente…
“Oddio non cago…”
Non ti preoccupare, andrai al cesso se non vuoi esplodere…
“Oddio non mi tira…”
Forse è meglio che cambi donna…
So che a Natale si dovrebbe essere più buoni, ma proprio non ce la faccio: mi tocca stare qui in dolce compagnia di questi decerebrati, di questi schiavi di pillole e preparati, convinti che esista un rimedio farmacologico per ogni loro male immaginario.
FESSI!!!!!
Non hanno ancora capito che molte presunte malattie hanno solo l’unica funzione di arricchire le ditte farmaceutiche e i miei titolari?
Chiudo l’ultima serratura e ancora non è arrivato nessuno ad interrompermi….forse questa volta mi è andata bene.
Niente scocciatore finale.
Ormai al limite del congelamento, mi avvio alla mia macchina parcheggiata poco lontana.
Non vedo l’ora di tornare a casa mia, rilassarmi senza dover pensare al lavoro.
Sono quasi arrivato, quando sento alla mie spalle la sgommata di una macchina ed un grido di donna.
Mi volto di scatto ed assisto a questa scena: una signora in là con gli anni è stata mancata di un soffio da una grossa BMW incurante del pedone sulle strisce.
La paura o forse lo spostamento d’aria dovuto alla folle velocità della macchina hanno fatto cadere la poveretta a terra.
Naturalmente il guidatore della BMW non si è fermato, non ha  nemmeno accennato a rallentare, è sfrecciato via senza remore.
E poi mi lamento dei miei clienti: questo sì che è uno stronzo di quelli veri….
Mi avvicino per aiutare la signora in difficoltà, ma mi rendo conto di essere arrivato secondo.
Un ragazzo, un giovanotto sulla ventina, sta aiutando la donna ad alzarsi chiedendole come si sente.
Mi sento rincuorato: esiste ancora in questa mia città, ultimamente così degradata, qualcuno con un po’ d’anima…
Per una volta non c’è bisogno di me.
Soddisfatto decido di tornare alla mia vettura.
Quando arrivo alla portiera, comincia a scendere la neve…
Normalmente mi sarei rifugiato di gran carriera nella mia utilitaria….odio bagnarmi, la sensazione dei vestiti umidicci addosso…
Non oggi però, non adesso…
Cosa mi è successo?
Cosa mi ha fatto diventare così cattivo?
Perché vedo sempre tutto così nero, specie nel mio lavoro?
Perché mi accorgo solo degli stronzi attorno a me?
Esistono ancora brave persone in giro…e l’ho capito proprio nel giorno di Natale…
Forse, e questa è la considerazione più amara, il vero stronzo sono io….
All’improvviso, sempre dietro di me, riecheggia un secondo grido di donna.
E’ la stessa voce di prima, ma questa volta non esprime dolore o sorpresa, bensì rabbia…
L’anziana signora impreca in direzione del volenteroso passante: il giovanotto sta infatti dandosi alla fuga con la sua borsetta…
Ok, ho capito.
Come non detto….

Buon Natale!!!!

Racconto Bonsai: Vuoi il sangue?

tentativo

-Dai, gran bastarda, dammi qualcosa…
L’uomo picchia con violenza sulla macchinetta del video-poker, producendo un frastuono metallico.
Resosi conto del rumore, si guarda attorno in attesa della comparsa del gestore.
Ma non accade.
Il locale sembra vuoto: nessun’altro avventore, solo lui circondato dal cicalare continuo di leds e displays.
Rinfrancato, l’uomo continua le sue operazioni, un susseguirsi di mettere monete e premere pulsanti.
-PORCA TROIA!
Adesso l’urlo è veemente, rinfrancato dalla solitudine.
La rabbia aumenta, così come diminuisce l’arresto dei freni inibitori.
-Macchinetta di mmerda…si può sapere cosa vuoi da me?
Un altro pugno sui leds.
-Ti ho dato tutto…tutto quello che avevo…
Un secondo colpo, ancora più forte.
-Vuoi il sangue, adesso? Vuoi il mio sangue?
-Perchè no?
La risposta proveniente dalla macchinetta è metallica e gracchiante, artificiale, ma con una nota ironica sottesa.
L’uomo si paralizza dalla sorpresa, mentre le pulsantiere si deformano in ganci che gli immobilizzano le mani.
A quel punto il panico si fa strada come uno Tsunami cancellando tutto il resto, anche l’assurda incredulità della situazine.
Ma scappare è impossibile e quello è solo l’inizio.
La slot-machine si altera oltre i normali servo-meccanismi: si apre fino a creare una bocca stilizzata, dotata di mandibola e denti.
L’uomo non può fare a meno di urlare, mentre le mascelle si chiudono cominciando a masticare.
Poi il silenzio.
Interrotto da un prolungato rutto metallico.

Racconto Bonsai: Cotoletta gialla (omaggio al Survival Blog).

La volete la verita? Ancora non ho capito che cazzo sia un prione.
E’ una minchia di proteina, hanno detto.
Bhé si può sapere com’è possibile che una maledetta cosa che finisce per “ina” abbia creato un casino così?
Cazzo, cazzo, cazzo.
Sento la fuori che si muovono, che spingono, che scavano.
Sono giorni che sono asserragliato nel mio appartamento all’ultimo piano, giorni.
Le scorte di cibo sono quasi finite, l’acqua pure.
Ogni tanto mi arrischio ancora a sbirciare fuori dal terrazzino e a buttare un occhio giů nella strada quattro piani piů sotto.
La visione è desolante e spaventosa: macchine ferme in mezzo alla strada, rottami per lo piů, e alcuni di loro che girano imperterriti.
I gialli.
Non posso dimenticare il primo che ho visto: la figlia della mia vicina, una marocchina intabarrata dalla testa ai piedi.
Un corpicino di una bambina di nemmeno sei anni avvinghiato a quello di una donna adulta.
Il volto affondato nel collo e la bocca grondante sangue.
Dopo quella visione, mi sono asserragliato aspettanto lo stronzissimo esercito o la fottuta polizia.
Non è arrivato nessuno.
Anche la televisione non trasmette piů nulla e i telefoni non funzionano.
Forse sono l’ultimo non giallo.
Cazzo, cazzo, cazzo.
La porta sta cedendo, quelle merde vogliono entrare, ma ci penso io adesso…
Devo ringraziare Ahmed, il mio coinquilino, che si è dimenticato in casa questo vecchio walkman.
Sto registrando su una vecchia cassetta questo messaggio e poi la getterò fuori dalla finestra.
Non credo che ad Ahmed dispiacerà, probabilmente è morto.
Mi chiamo Sahid, magazziniere in nero e clandestino in una ditta di abbigliamento, e sto per aprire la bombola del gas della cucina del mio cesso d’appartamento in questa periferia ancora più merdosa.
Se devo morire, cercherò di portare con me quanti più gialli possibile.
Farò di loro un’immensa cotoletta gialla: basta accendermi l’ultima sigaretta.
Fanculo.

Volete la realtà vera? Ormai non si inventa più nulla di veramente nuovo. In realtà ci si limita a rielaborare, ripresentare, scombinare cliché ormai diventate icone.
E’ come si presenta il tutto che rende un piatto diverso e appetibile.
Ma dove voglio arrivare con questa mia tirata? Sicuramente non alimentare ulteriore flame per una vicenda che (volente o nolente) ha infiammato i blog degli appassionati in rete di “survaivalismo”, ma dimostrare come con la semplice eduzione e un pò di buon senso si poteva evitare un polverone inutile, sintomo (purtroppo) di quella arroganza mista a stupidità che tanto impera nella rete.
Una citazione non costa nulla e riconosce il lavoro altrui per quello che è: fatica, dedizione, impegno.
Il mio breve Bonsai vuol essere un omaggio a quel progetto che ha visto l’alba nel 2010 chiamato “Survival Blog” e che ha generato una ottima serie di Spin-off da parte di molti partecipanti.

Questo il link del blog di Alessandro Girola che racchiude quanti hanno partecipato al progetto.

Racconto Bonsai: Convivenza Zero.

Convivenza zero, gli analisti non lasciano adito a dubbi: gli autoctoni hanno dimostrato nella loro storia di essere una specie violenta e autodistruttiva; incapaci di integrarsi fra di loro, figurarsi poi l’interazione con una razza totalmente aliena alla loro natura.
-Eppure ci deve essere un’altra soluzione.
La mia frase non è rivolta a nessuno in particolare, sono solo nella cabina di pilotaggio dell’astronave, ma è così difficile decidere lo sterminio di una intera popolazione senziente.
Sotto di me il pianeta è una palla azzurra macchiata in alcuni punti di marrone: tutta quella montagna di territorio inutilizzato a disposizione e loro non vogliono concedercelo.
Premo il pulsante quasi senza guardarlo, ma immaginando nella mia mente la devastazione e la distruzione conseguente  sulla terraferma.
-Noi seppie ci saremmo accontentate del mare, solo del mare.
Il ripetere quelle parole a voce alta le trasforma da preghiera a epitaffio.

Racconto Bonsai omaggio ai Negrita (2): In ogni atomo

Come avevo annunciato in questo post, eccoci arrivati al secondo appuntamento con un Bonsai ispirato (almeno nel titolo) a una canzone del gruppo dei Negrita. Questa  è la volta di un brano dell’album Reset del 1999, ossia “In ogni atomo”.

Spero che vi piaccia.

Luca afferrò la pistola, una Beretta 92FS nichelata, e mise il colpo in canna.
Lo scarrellamento dell’arma risuonò come un gong nel silenzio del laboratorio. I macchinari immensi sulle pareti avevano terminato il loro compito e rimanevano muti.
Sul lettino il prodotto ultimo del loro lavoro : il corpo di una donna sulla trentina, i capelli unti e appiccicaticci del liquido amniotico sintetico della mega-incubatrice.
Luca la guardò ancora una volta (l’ennesima) e sussurrò a mezza voce: “Anna”.
L’uomo si avvicinò, mentre i pensieri gli rimbombavano nel cervello come un martello pneumatico.
Ti prego, fa che sia quella buona. Fa che mi riconosca.
Gli occhi di Anna ebbero un fremito, chiaro segno dell’approssimarsi del risveglio.
Luca guardò la pistola.
Rivoglio Anna com’era. In ogni sua cellula, in ogni suo neurone, in ogni suo atomo.
Gli occhi della donna iniziarono lentamente a aprirsi, mentre Luca sollevava l’arma.
E, se anche stavolta non sarà lei, lo rifarò fino a quando non mi riconoscerà!
Lo sguardo dell’uomo si fece risoluto e una certezza venne di nuovo accantonata nell’inconscio.
Si può clonare un corpo, non l’anima.