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Capitolo 10. Flashback 3°, La decisione difficile.

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16 Giugno 1999 Ore 22:00

-Non so come ha fatto, ma le consiglio di uscire dal mio computer. Questa è una linea militare e lei sta commettendo un reato…
L’uomo si fermò al sentire un risata dall’altra parte dello schermo: un ragazzo sui sedici anni lo fissava con uno strano ghigno sul volto.
La cosa veramente inquietante era la luminescenza verdastra dei suoi occhi.
-Scusi signor Presidente, ma non sono un hacker. E poi, anche se lo fossi, con l’invasione dei Turran in atto non avrebbe alcuna importanza.
-I Turran?
-Ah già, la vostra intelligence non ha ancora scoperto nulla… Ha presente quei grossi alieni armati pesantemente e che ci stanno facendo il culo su tutto il pianeta? Sono loro i Turran.
-Ma come si permette…
Il sorriso sparì dal volto del ragazzo e divenne serio.
-Signor Presidente le assicuro che la mia non è una burla.
Detto questo premette un bottone sulla tastiera.
-Ma lascerò che siano i dati che le sto mandando a parlare per me e per il piano che ho in mente.

 

-Non è possibile, lei non può chiedermi questo.
-L’unica alternativa è l’estinzione. O noi o loro.
-Ma quello che mi chiede… La tossina non solo ucciderà i Turran, ma anche le migliaia di persone che sono state contaminata dalla loro tecnologia e dalle loro armi e che sono sopravvissute.
-Non siamo riduttivi, stiamo parlando di milioni di persone, che comunque sarebbero condannate allo sterminio.
-Io non posso…
-La esorto a pensare a quanti invece si salveranno.
-Non può chiedermi questo.
-E non sarei a chiederglielo infatti. Se potessi lo farei da solo e senza remore, ma non né i mezzi né la possibilità.
-Ma come posso?
-Lei può e deve, signor Presidente, è tutto nelle sue mani. La decisione spetta a lei e deve decidere in fretta.

Capitolo 8: Flashback 2°, Il guanto.

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16 Giugno 1999 Ore 19:00

 

-Luca sono più di dieci ore che stai lavorando. Devi fermarti, non stai ancora bene.
Il giovane sollevò gli occhiali e guardò il fratello; gli occhi venati di una luminescenza verdognola un aspetto spietato, vecchio.
-Adesso ho finito, fratellino.
La vecchia officina aveva le pareti tappezzate di crepe e, nonostante i bombardamenti ingenti, aveva resistito in modo quasi miracoloso.
Luca abbassò la saldatrice sul tavolo pieno di attrezzi, davanti a lui il frutto di una intensa giornata di lavoro: un guanto in acciaio.
-Che cos’è?
-Un’arma. Chi la indossa acquisisce, amplificato, il potere di quei mostri. Il corpo si ricopre di un’aurea protettiva invisibile che fornisce forza, velocità sovrumane. Con questa andremo a caccia.
Il fratello più giovane fece un passo indietro inorridito.
-Sei impazzito? Andare a caccia di cosa poi?
Sul volto di Luca compare un sorriso cattivo.
-Di altri di quelle bestie schifose, naturalmente. Dopotutto questo dispositivo funziona grazie al loro sangue.
Il giovane si fermò un attimo carezzando il guanto.
-Ma quando avrò abbastanza sangue potrò creare un flagello.

Capitolo 6: Flashback 1°, Durante l’invasione.

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14 Giugno 1999 Bologna Ore 16:00

-Pensi che sia morto?
Come risposta una trave di ferro fu fatta passare da una frattura del vetro del casco: la testa dell’essere rettili-forme offrì poca resistenza a quella lancia improvvisata e esplose come un palloncino eruttando sangue verdastro e materia celebrale bianca in ogni direzione.
-Adesso lo è di certo.
Il giovane, un ragazzo sui sedici anni, rigirò un’ultima volta l’asta prima di astrarla con un colpo secco dal cranio dall’alieno; il gesto produsse un estremo fiotto di icore che gli finì dritto in faccia.
-Tutto bene?
-Sono solo ferito nell’orgoglio, questa merda anche da morta è riuscita a irritarmi.
Il ragazzo scese dal petto del gigantesco esoscheletro di metallo, pulendosi nel contempo con la manica della camicia dell’avambraccio sinistro.
-E adesso?
L’altro, un secondo ragazzo di qualche anno più giovane, tradiva sia nella voce sia nell’aspetto una profonda paura.
-E adesso, caro fratellino, andiamo a caccia di altri, vendendo cara la palle.
-Ma…ma… Il terrore aveva preso il sopravvento senza maschere.
-Lo hai visto anche tu, questi cosi sono invulnerabili… le pistole, i fucili, i coltelli non li scalfiscono neppure. Questo qui, se non gli fosse aperta la strada sotto i piedi e ci fosse caduto dentro, non saremmo riusciti nemmeno…
-Taci e dimostra di avere del fegato una buona volta, fratellino.
Quelle parole lo bloccarono come uno schiaffo.
-Dopo quello che hanno fatto a mamma e papà, a Silvia…li voglio morti, tutti morti.
Il fratello maggiore guardò il minore con occhi pieni di furia.
-No, sei tu che devi rinsavire. Io sono un uomo e ho finito di comportarmi come un topo. Se devo morire, lo farò combattendo. Tu fai come ti pare.
Ciò detto si girò per risalire in scalata il crepaccio, ma fece un passo appena: all’improvviso gli cedettero le gambe e rovinò in ginocchio vomitando sul terreno.
-Luca. L’altro si riscosse a quella vista precipitandosi a soccorrere il fratello.
I conati continuarono per alcuni minuti, ma alla fine cessarono .
-Luca stai bene?
Il giovane iniziò a ridere sguaiatamente, mentre il fratello lo aiutava a rimettersi in piedi; alla fine aprì gli occhi con un nuovo bagliore verdastro in fondo alle iridi.
-Ora so cosa devo fare fratellino…Ora so come sul serio ucciderli tutti.

Capitolo 4: In azione.

esplosione

Giorno 3

La quiete prima della tempesta.
Un momento di calma che precede un avvenimento violento.
Ma è sempre così…prima della rivoluzione.

La granata a frammentazione esplose in una pioggia di Shrapnel e detriti, ma la figura in uniforme mimetica non si arrestò. Passò attraverso la nuvola di schegge senza fermarsi.
I proiettili sembrarono scivolare sul corpo dell’uomo incapaci di toccarlo, nemmeno il pulviscolo ne  fu in grado.
Il Soldato piombò sul criminale, infischiandosene dei colpi di mitraglietta rivolti contro di lui: il super-umano sferrò un potente pugno dello stomaco dell’altro; l’impatto gli tolse l’aria dai polmoni, costringendolo a piegarsi in avanti boccheggiante.
Il Soldato sfruttò l’occasione e lo finì con colpo alla mascella.
Intanto Veritas era impegnata con un secondo uomo, evitando i suoi colpi convulsi di una semi-automatica.
La donna dinamica muoveva il corpo flessuoso in una danza continua e incalzante: a ogni piroetta la supereroina si avvicinava sempre di più all’avversario, spostandosi un attimo prima che il criminale sparasse nella sua posizione.
Alla fine i colpi del caricatore nel caricatore terminarono, ma la donna ormai vicinissima, non si fece impietosire e eseguì un potente calcio alla testa.
I due criminali crollarono al suolo quasi in contemporanea.
Gli echi dei colpi di arma da fuoco cessarono e Veritas si voltò verso il suo partner; il Soldato sembrava assorto nei suoi pensieri: lo sguardo perso nella parete davanti a lui, mentre continuava a tormentarsi uno strano braccialetto al polso destro.
La donna spezzò l’incantesimo del ritrovato silenzio.
-Abbiamo sistemato anche questi trafficanti di tecnologia Turran…ma ci sono notizie del nostro amico?
-No. Solo quell’assurdo diario pieno di stronzate che ha messo in rete e che i controllori del web non riescono a oscurare.
Rimase zitto per un attimo.
-Tutto questo non mi piace.
La donna si avvicinò al superuomo, che perseverava nel suo convulso gesto con il monile al polso.
-So che non c’entra nulla con tutto questo e che non sono affari miei, ma voglio chiedertelo lo stesso… Si può sapere che cos’è quel braccialetto che hai addosso?
Il tormento al braccio si arrestò di colpo e, senza voltarsi, l’uomo in uniforme se ne andò.
Veritas comunque sentì come in un sussurro la voce del Soldato dire: -E’ un ricordo di mio fratello.

Capitolo 2: La Lettera

omega

Giorno 1.

14 Giugno 1999.
Sono sicuro che chi c’era se lo ricorda molto bene.
Impresso nella memoria a fuoco.
Le sensazioni e i sentimenti di quel giorno.
Lo stupore e l’incredulità alla vista delle astronavi del cielo.
La paura e la disperazione quando i Turran hanno attaccato in massa e con violenza.
Armi chimiche, biologiche, nucleari si sono mischiate a tecnologie aliene distruggendo e forgiando la razza umana come in un crogiolo.
Sono morti a milioni (lo sapete meglio di me), ma per i sopravvissuti non era ancora finita.
Molti erano cambiati, mutati.
Per sempre.

L’ufficio era minimalista fino al parossismo: pareti bianche spoglie e una sola scrivania.
Sul ripiano del tavolo un computer compatto (tastiera, unità fissa e schermo), un portapenne e un blocco di carta.
Nessuna fotografia personale alle pareti, ma un’unica immagine del Presidente della Repubblica.
Un luogo asettico e impersonale.
Un uomo sulla quarantina in gessato era intento a leggere un documento seduto alla scrivania.
Le sopracciglia aggrottate e l’espressione concentrata furono disturbate da un rumore estraneo: il clic di un cane armato di un’arma automatica sovrapposta a una voce metallica.
-Lettura interessante?
L’uomo sollevò lo sguardo e si ritrovò di fronte a una figura vestita di nero: un loden lungo, un cappello a tesa larga, una maschera; soprattutto una grossa pistola spianata a pochi centimetri dalla faccia.
-E lei chi diavolo è?
Una risata metallica.
-Sono l’amico del Soldato e di Hereditas.
-Come accidenti è entrato? Qui è impossibile…
La pistola fu avvicinata ulteriormente, mentre la voce distorta acquisiva una totalità glaciale.
-Le consiglio di calmarsi e di fare quello che le dico… Sempre che non preferisca una pallottola in corpo.
-Ma lo sa chi sono io?
-Luca Salmoiraghi, Questore e Direttore del Centro di Controllo dei Superumani della città di Bologna, giusto?
Un attimo di paralizzato silenzio.
-E ora, se abbiamo finito, prenda quel pennarello dal portapenne e scriva ciò che le dirò su quella bella parete bianca alle sue spalle.

Le urla di rabbia fecero abbassare gli sguardi di parecchi individui: due in divisa da carabiniere, un altro paio di colletti bianchi.
Il Soldato e Hereditas videro la scena attraverso il vetro divisorio della stanza.
-Salmoiraghi non è proprio contento.
Il Soldato continuò a stare in silenzio, fissando le scritte.
-E non posso dargli torto. Le migliori difese contro i superumani disponibili e un novellino riesce a superare sia la sorveglianza sia la barriera anti-teletrasporto.
Il supereroe in verde non replicò e iniziò a rigirare uno strano braccialetto scuro attorno al polso sinistro; l’oggetto, perfettamente ovoidale, era aderente alla pelle e spuntava da sotto il colletto della camicia militare.
-Quelli sono cazzi suoi.
Finalmente parlò.
-I nostri sono invece queste cavolo di scritte.
Hereditas guardò il muro.
-Bhè il primo è un diavolo di indirizzo web, ma cosa significa la frase: chi era il mio alfa?
-Non ne ho idea.
-Almeno una cosa è chiara.
Il Soldato fissò Hereditas negli ochhi.
-E cioè?
-Il nome del tizio. L’ultimo segno è la firma: la lettera maiuscola dell’alfabeto greco, lettera Omega. Direi che non hai frequentato il Liceo Classico.
La battuta non sembrò suscitare alcuna reazione.
Il Soldato tornò a fissare la parete, continuando a tormentarsi il polso.

Capitolo 1: Presentazioni

tre maschere

Giorno 0

La guerra contro i Turran ha lasciato segni ovunque.
Dopotutto non si sopravvive a un tentativo di invasione da parte di una razza aliena senza conseguenze.
Molti di quelli che ce l’hanno fatta sono cambiati non solo nell’animo, ma anche nel corpo.
I Turran sono morti, uccisi dai nostri virus, e hanno lasciato la loro tecnologia e i loro corpi come retaggio.
Sono passati 15 anni e sembra un secolo.
Mio Dio quante stronzate…
E’ ora di finirla…
E’ ora di dire la verità…

Il magazzino era una lurida topaia maleodorante.
Quattro mura rattoppate alla meglio condite dappertutto con detriti illuminati dalla scarsa luce proveniente dai neon stradali esterni.
L’uomo stava al centro della stanza: una figura vestita di nero, un lungo Loden e un cappello scuro a falda larga.
Il volto celato da una maschera cupa, simile a quella indossata dagli attori della commedia dell’arte.
-FERMO!
L’essere in nero non si mosse di un millimetro, continuando con ostinazione a puntare una pistola (a prima vista una automatica) davanti a sé, contro un altro uomo, legato e imbavagliato a una sedia.
-Getta quell’arma.
Ancora nessun movimento.
-Ho detto di gettare quell’arma. Non farmelo ripetere.
Finalmente si decise a muoversi, voltandosi verso l’altra voce con smisurata lentezza.
-Il Soldato.
Un suono metallico, alterato in modo artificiale, trasudante sarcasmo.
-Il grande eroe della città.
Il nuovo venuto indossava una uniforme militare verde-mimetico sulla cui spallina destra spiccava la bandiera italiana, mentre sulla sinistra quella dell’unione europea.
La faccia era celata da maschera da hockey sempre verde.
-Non so chi cazzo sei tu, ma sei in arresto.
Una risata metallica risuonò nel magazzino.
-Per chi mi hai preso? Per uno di quei soliti stupidi che esercita la professione di supereroe senza la vostra beneamata licenza?
Per tutta risposta il Soldato cominciò a farsi scrocchiare le nocche delle mani.
-Vorrai dire l’ennesimo buffone.
Di nuovo la risata metallica.
-Sei uno spasso. Davvero. Dico sul serio.
L’uomo in nero abbasso l’arma.
-Volevo solo presentarmi. E in più farti omaggio di questo mentecatto.
L’uomo imbavagliato iniziò a agitarsi sulla sedia.
-Il trafficante di tecnologia Turran a cui stavi dietro da un mese.
Il Soldato strinse le dita a pugno e le avvicinò al petto.
-Non ho bisogno del tuo aiuto.
-Ma io non sono qui per aiutarti.
Un secondo di silenzio carico di tensione.
-Né per aiutare la tua compagna nascosta là dietro: Hereditas, la donna dinamica.
Altri infiniti secondi di pausa.
-Sono qui per fare la mia presentazione…e per sparire.
Detto questo, semplicemente scomparve nel nulla, come un fotogramma mal tagliato in una ripresa Super 8.
-E quello?
Una nuova voce di donna fece capolino da una colonna di mattoni del magazzino.
Un corpo flessuoso e tornito racchiuso in una tuta aderente bianca; il volto celato da una maschera di pizzo chiaro.
-Un teleporta?
Il Soldato si limitò a scuotere il capo.
-Non lo so, ma non mi piace.
Hereditas si accigliò osservando il compagno.
-Voleva presentarsi, ma non mi ha detto il suo nome.
L’uomo sollevò gli occhi e li fissò in quelli della giovane donna.
-E questo vuol dire che lo farà presto.