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Racconto Bonsai: Hybris.

 

hybris

Gli Dei nella loro superiore saggezza danno e tolgono.
Io, Eufuriore, continuo a camminare su questa terra mentre tutto intorno a me diventa polvere e muore con lentezza.
Ho visto cadere Troia, decadere Sparta e Atene, ma persisto a sopravvivere negli anni.
Nessuna spada o lancia impugnata dall’uomo riesce a ferirmi e anche il tempo mi passa attorno senza intaccarmi.
Maledetto dagli Dei ecco cosa sono, colpito dalla loro collera per aver osato rinnegarli, per aver istigato i miei pari a fare altrettanto.
Hybris, la Superbia, ecco la mia colpa e questa è la mia pena: continuare a rimanere in vita, mentre attorno a me tutto muore.
Trattenere una risata mi è sempre più difficile e tenere la mia maschera affranta una vera tortura.
Punizione?
Sciocchi immortali ebbri d’ambrosia, non avete capito nulla.
Questo è un dono che fate al signore di tutti i superbi.
Vivere per sempre è la sola cosa che desideravo più di ogni altra.

Racconto Bonsai: Pecore

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La notte era particolarmente buia e la luna sembrava quasi non esistere dietro una spessa coltre di nubi; il satellite stava con fatica lottando per emergere, ma non stava vincendo la battaglia.
Samyr diede un’occhiata al gruppo di disperati sul gommone: un insieme di uomini male in arnese e donne, alcune in avanzato stato interessante. In tutto una trentina di individui, tutti stipati in uno spazio pensato per dieci.
Pecore, pensò l’uomo senza nascondere una espressione di disgusto.
Il viaggio proseguì ancora per parecchi minuti, quando nella pece notturna comparvero in lontananza le prime luci della costa.
A quel punto Samyr arrestò il motore dell’imbarcazione.
-Signori, siamo arrivati.
Il panico e l’incredulità iniziò a serpeggiare, seguito da qualche protesta.
Lo scafista placò tutti spianando una grossa pistola.
-A me non me frega un cazzo, ma gli ultimi cinquecento metri li farete a nuoto.
E per enfatizzare il concetto premette l’arma contro la testa della persona più vicina.
-Sta a voi scegliere se far diventare questo gommone un mattatoio.
Lentamente cominciarono a gettarsi in acqua e iniziarono con fatica a guadagnare la riva.
Pecore, il pensiero si fece di nuovo spontaneo con il medesimo disprezzo.
-Avevi ragione.
La voce estranea riportò Samyr alla realtà e si ritrovò a fissare l’unico passeggero che non si era ancora buttato, un uomo sulla quarantina con uno strano sorriso sul volto.
-Questo gommone è un mattatoio.
La luna, non vista, era riuscita ad aprirsi uno squarcio nel cielo e a mostrarsi in tutta la sua pienezza.
L’urlo di Samyr fu soffocato del fiotto di sangue che riempì la gola dell’uomo.

La bestia finì di sgranocchiare lo scafista e si preparò a continuare la caccia.

Racconto Bonsai: L’intervista.

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-Dove prendo le idee? Vengo qui e basta guardarmi un po’ attorno.
-E’ per questo che ha voluto fare l’intervista qui, nella sala d’aspetto del grande aeroporto internazionale?
-Esatto. La vede quella donna laggiù ad esempio? Vede com’è nervosa? Sta aspettando il marito dal ritorno di un viaggio di lavoro e vuole confessargli un tradimento.
-Incredibile.
-Oppure quell’uomo con cappello che sta litigando con quella signorina del personale di terra? Ha nascosto addosso 100.000 dollari non dichiarati.
-Metodo interessante. Lei viene qui e si lascia ispirare dalla gente che passa.
-No. Sarai anche un giornalista quotato, ma non hai capito un cazzo. La verità è che sono un fottuto telepate.

Racconto Bonsai: Vuoi il sangue?

tentativo

-Dai, gran bastarda, dammi qualcosa…
L’uomo picchia con violenza sulla macchinetta del video-poker, producendo un frastuono metallico.
Resosi conto del rumore, si guarda attorno in attesa della comparsa del gestore.
Ma non accade.
Il locale sembra vuoto: nessun’altro avventore, solo lui circondato dal cicalare continuo di leds e displays.
Rinfrancato, l’uomo continua le sue operazioni, un susseguirsi di mettere monete e premere pulsanti.
-PORCA TROIA!
Adesso l’urlo è veemente, rinfrancato dalla solitudine.
La rabbia aumenta, così come diminuisce l’arresto dei freni inibitori.
-Macchinetta di mmerda…si può sapere cosa vuoi da me?
Un altro pugno sui leds.
-Ti ho dato tutto…tutto quello che avevo…
Un secondo colpo, ancora più forte.
-Vuoi il sangue, adesso? Vuoi il mio sangue?
-Perchè no?
La risposta proveniente dalla macchinetta è metallica e gracchiante, artificiale, ma con una nota ironica sottesa.
L’uomo si paralizza dalla sorpresa, mentre le pulsantiere si deformano in ganci che gli immobilizzano le mani.
A quel punto il panico si fa strada come uno Tsunami cancellando tutto il resto, anche l’assurda incredulità della situazine.
Ma scappare è impossibile e quello è solo l’inizio.
La slot-machine si altera oltre i normali servo-meccanismi: si apre fino a creare una bocca stilizzata, dotata di mandibola e denti.
L’uomo non può fare a meno di urlare, mentre le mascelle si chiudono cominciando a masticare.
Poi il silenzio.
Interrotto da un prolungato rutto metallico.

Racconto Bonsai: Cotoletta gialla (omaggio al Survival Blog).

La volete la verita? Ancora non ho capito che cazzo sia un prione.
E’ una minchia di proteina, hanno detto.
Bhé si può sapere com’è possibile che una maledetta cosa che finisce per “ina” abbia creato un casino così?
Cazzo, cazzo, cazzo.
Sento la fuori che si muovono, che spingono, che scavano.
Sono giorni che sono asserragliato nel mio appartamento all’ultimo piano, giorni.
Le scorte di cibo sono quasi finite, l’acqua pure.
Ogni tanto mi arrischio ancora a sbirciare fuori dal terrazzino e a buttare un occhio giů nella strada quattro piani piů sotto.
La visione è desolante e spaventosa: macchine ferme in mezzo alla strada, rottami per lo piů, e alcuni di loro che girano imperterriti.
I gialli.
Non posso dimenticare il primo che ho visto: la figlia della mia vicina, una marocchina intabarrata dalla testa ai piedi.
Un corpicino di una bambina di nemmeno sei anni avvinghiato a quello di una donna adulta.
Il volto affondato nel collo e la bocca grondante sangue.
Dopo quella visione, mi sono asserragliato aspettanto lo stronzissimo esercito o la fottuta polizia.
Non è arrivato nessuno.
Anche la televisione non trasmette piů nulla e i telefoni non funzionano.
Forse sono l’ultimo non giallo.
Cazzo, cazzo, cazzo.
La porta sta cedendo, quelle merde vogliono entrare, ma ci penso io adesso…
Devo ringraziare Ahmed, il mio coinquilino, che si è dimenticato in casa questo vecchio walkman.
Sto registrando su una vecchia cassetta questo messaggio e poi la getterò fuori dalla finestra.
Non credo che ad Ahmed dispiacerà, probabilmente è morto.
Mi chiamo Sahid, magazziniere in nero e clandestino in una ditta di abbigliamento, e sto per aprire la bombola del gas della cucina del mio cesso d’appartamento in questa periferia ancora più merdosa.
Se devo morire, cercherò di portare con me quanti più gialli possibile.
Farò di loro un’immensa cotoletta gialla: basta accendermi l’ultima sigaretta.
Fanculo.

Volete la realtà vera? Ormai non si inventa più nulla di veramente nuovo. In realtà ci si limita a rielaborare, ripresentare, scombinare cliché ormai diventate icone.
E’ come si presenta il tutto che rende un piatto diverso e appetibile.
Ma dove voglio arrivare con questa mia tirata? Sicuramente non alimentare ulteriore flame per una vicenda che (volente o nolente) ha infiammato i blog degli appassionati in rete di “survaivalismo”, ma dimostrare come con la semplice eduzione e un pò di buon senso si poteva evitare un polverone inutile, sintomo (purtroppo) di quella arroganza mista a stupidità che tanto impera nella rete.
Una citazione non costa nulla e riconosce il lavoro altrui per quello che è: fatica, dedizione, impegno.
Il mio breve Bonsai vuol essere un omaggio a quel progetto che ha visto l’alba nel 2010 chiamato “Survival Blog” e che ha generato una ottima serie di Spin-off da parte di molti partecipanti.

Questo il link del blog di Alessandro Girola che racchiude quanti hanno partecipato al progetto.

Racconto Bonsai: Quattro luridi secondi

Non so voi, ma io ho un piccolo segreto: mi ritaglio nella giornata almeno quattro secondi.
In quei pochi istanti chiudo gli occhi e non penso a nulla. Svuoto la mente isolando tutti i problemi, le imprecazioni, le delusioni (amorose e non), le cazzate.
Solo il silenzio e il niente.
L’unico rumore è il suono ritmico del mio battito cardiaco, che mi ricorda il fatto di esserci ancora; di essere, a mio modo, imperfettamente unico.
Conscio di questa consapevolezza ricomincio a vivere.
Fino ai prossimi quattro secondi.