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Recensione: Uno studio in Smeraldo

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Sinossi: quando viene commesso un orrendo omicidio di un membro della famiglia reale, l’ispettore Lestrade brancola nel buio e si vede costretto a coinvolgere un noto consulente investigativo di Baker Street.

Commento: Neil Gaiman è un grande narratore e lo ha dimostrato negli anni e in molteplici forme: sia nei romanzi, sia nei fumetti. Anche con questo racconto breve si dimostra un vero maestro riuscendo a unire in un unico lavoro due elementi all’apparenza inconciliabili: da una parte il famoso Sherlock Holmes, dall’altra gli orrori dell’oscuro maestro di Providence (mi riferisco a Lovecraft).
Il rischio era quello di creare qualcosa di pacchiano, stucchevole e forzato. Gaiman però si dimostra un autore non solo raffinato, ma anche straordinariamente originale. Non rivelo nulla per non togliervi il piacere della scoperta, ma il risultato finale è notevolissimo.

Giudizio finale: Straconsigliato. Il racconto è il primo della antologia “Cose Fragili”, ma merita un discorso a parte… L’idea dell’ambientazione è eccellente e la realizzazione pregevole. Non mi stupisce che questo racconto abbia vinto nel 2004 il prestigioso premio Hugo né che in tempi recenti abbia generato su Kickstarter una compagna di raccolta fondi per un Board Game.
E’ un’ottima idea per una ambientazione per un gioco di ruolo…c’è da pensarci…

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Recensione: The Iron Ghost

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Sinossi: Berlino, 1945. La gloriosa capitale del Reich è ormai una fabbrica perpetua di macerie, incalzata dai bombardamenti degli alleati e dall’arrivo imminente dei russi.
In questo scenario da incubo si muove uno spietato giustiziere che comincia a fare strage di nazisti…
L’ispettore Tannhauser e il suo vice Voltz indagano per fermare questo spietato assassino.

Commento: Non nascondo la mia innata (e mai celata) passione per i giustizieri mascherati. Personaggi come The Shadow (l’Uomo Ombra), The Spider (non confondere con Spiderman) e Green Hornet sono a tutt’oggi i miei preferiti: combattere i mostri, spesso venendo a patti con la propria oscura è sicuramente una tematica di recente riscoperta (a questo riguardo non devo nominare il recentissimo successo cinematografico del “Cavaliere Oscuro” di C. Nolan, che sfrutta a dovere e con sapienza questo archetipo).
Iron Ghost su questo versante fa un altro salto verso la parte ancora più buia: un Punitore (il personaggio della Marvel è un altro personaggio che adoro) che porta la sua giustizia sotto forma di vendetta, che non cerca di far capire le sue motivazioni, ma esegue il suo compito con spietata efficienza.
Chuck Dixon tratteggia una storia cupa, disperata, nerissima, mentre il disegnatore Sergio Cariello con il suo stile asciutto, essenziale (e per certi elementi minimali forse un po’ barocco) mette in scena il tutto con efficacia.

Giudizio finale: Molto consigliato. La storia avrebbe avuto di un maggior spazio per essere dipanata  in una efficacia che mi avrebbe probabilmente fatto urlare al capolavoro, ma soffre del difetto (ma per molti potrebbe essere un pregio) di voler e dover essere un albo auto-conclusivo. C’è sicuramente il rammarico di immaginarsi che cosa sarebbe potuto essere la storia con una maggiore respiro.

Recensione: Super Size Me (2004)

Sinossi: Morgan Spurlock è un giornalista come tanti: un buon lavoro, una fidanzata salutista e vegetariana che lo tiene in riga (è pure una cuoca) dal punto di vista alimentare, una ottima salute e un fisico invidiabile per la sua età. Siamo nel 2004 e un fatto di cronoca (una ragazza obesa ha intentato una causa contro il colosso dei fast-food MacDonald) spinge Morgan a porsi delle domande e a tentare un bizzarro esperimento. Per 30 giorni mangerà tutti i suoi tre pasti principali nei fast-food. “Che volete che sia?” Direte voi. E invece ci saranno sorprese sconvolgenti. Morgan arriverà a stento a completare la prova, rischiando seriamente la salute e la psiche.

Commento: Siamo quello che mangiano, o mangiamo per quello che siamo? Viviamo per mangiare, o mangiano per vivere? Questi quesiti sembrano quasi posti da un Gigi Marzullo da antologia nelle notti profonde della R.A.I., ma irrompono prepotenti come un macigno dopo la visione di questo documentario. Il cibo spazzatura fa veramente male? E, soprattutto, la popolazione (specie quella americana) è consapevole di quello che mangia? Dopo la visione di “Super Size Me” si giunge a delle risposte sconfortanti… Il cibo dei fast-food risulta essere non solo iper-calorico, ma ultra-ipercalorico: lo stesso Morgan ingrassa in pochissimo tempo di ben 10 chili (più del 10% della sua massa corporea in meno di un mese), sviluppando nel contempo una serie di disfunzioni (dispendenza da glucosio, problemi cardiocircolatori, un certo grado di impotenza, sbalzi d’umore). Dopo queste premesse non stupisce che la popolazione americana abbia il più alto indice di obesità, di problemi cardiovascolari e di patologie legate alla cattiva alimentazione.

Giudizio finale: Consigliatissimo. Un documetario che fa riflettere, diverte, mette più di una pulce nell’orecchio con un pizzico di critica politica che non guasta, ma che aggiunge un pò di pepe al resto.

Prima recensione del primo capitolo di Dossier: Ultimate Waffe

Ebbene si: tempo di Pasqua, tempo di tirarsela.
Almeno un pochino s’intende.
L’amico Alessandro Girola (il promotore della Round Robin: Due minuti a mezzanotte) ha recensito il primo capitolo della mia modesta ucronia supereroistica.

Questo il link della recensione.

Ringrazio ancora Alessandro Girola delle belle parole e dell’attenzione.

Recensione: La notte dei morti viventi (1968)

Sinossi: Un gruppo di persone di varie estrazioni sociali e razze è costretto a asserragliarsi in una sperduta casa di campagna; fuori decine di individui premono per entrare: vogliono la loro carne umana. Sono i morti viventi.

Commento: Si può parlare di una icona del cinema horror (e del cinema in generale) senza scadere nel già detto centinaia di volte e nell’ovvio? Ci si può provare armati di sana umiltà.
Non voglio parlare della sottesa critica alla società e alla provincia americana (lo hanno fatto altri più titolati di me), ma di due altri elementi particolarmente interessanti.
Innanzitutto il protagonista della vicenda, l’eroe insomma, è un uomo di colore; non dimentichiamoci che “La notte dei morti viventi” è un film del 1968 e non devo ricordare a nessuno quale fosse allora il clima negli Stati Uniti per le minoranze di colore.
Una scelta coraggiosa, per certi versi innovativa.
Altra particolarità  è data dalla psicologia dei personaggi e dalla loro reazione alla paura: c’è chi si paralizza cadendo in uno stato quasi catatonico, c’è chi tira fuori le meschinità represse da una vita, c’è chi cerca mantenere l’equilibrio quasi disumanizzandosi.
Oscar Wilde amava dire che l’uomo mente sempre (spesso anche a se stesso) e solo dietro una maschera sa dire la verità.
Romero invece sembra dirci che la paura sa fare altrettanto, anzi è la maschera definitiva: ci mostra per quello che siamo quando le convenzioni sociali crollano polverizzandosi.

Giudizio finale: Consigliatissimo. Non solo perché è una icona del cinema horror, ma perché è un gran bel film.

Lovecraft, il precursore

Ho sempre amato H.P. Lovecraft: la sua capacità di saper creare un orrore strisciante e atavico da situazioni all’apparenza banali e comuni.
Di fatto la cosmologia da lui creata nei miti del Necronomicron (o di Cthulhu) ha influenzato molti autori, ma anche la sua produzione considerata minore è molto interessante.
In particolare un racconto del 1923 I cari estinti (ma il cui titolo originale The Loved Dead, ossia L’amata Morte, trovo particolarmente pregnante) è degno di massima nota. Scritto per l’amico scrittore C.M. Eddy, all’epoca suscitò delle vivissime proteste a causa dell’argomento trattato, appunto la necrofilia.
La novella, narrata in prima persona dal protagonista come un immane flusso di coscienza, è la confessione-ricostruzione di una vita di scelleratezze e di turpitudini di quello che oggi definiremmo un serial-killer: la sua solitudine, la morbosa attrazione verso tutto ciò che è morto, la scelta di andare a lavorare presso un impresario di pompe funebri per appagare i suoi istinti, il climax del desiderio di morte che lo porterà ad uccidere.
Solo da questa mia brevissima sinossi si capisce come la narrazione sia di fatto ancora oggi attualissima: verrebbe da dire che è particolarmente di moda visto l’ampio proliferare nella letteratura contemporanea di assassini seriali e affini. Stupisce come un autore a noi così lontano ( è morto nel 1937, ma da allora la società moderna ha avuto una rivoluzione copernicana sia nella tecnologia sia nei costumi) abbia avuto la lucidità e la freddezza di una analisi così lungimirante dell’animo umano.
Un altro elemento caratterizzante della prosa è dato dal fatto che l’autore non ci dice il nome del protagonista della vicenda: viene volutamente omesso e taciuto. Questa trovata di Lovecraft aumenta l’empatia con il protagonista e ci fa capire come l’orrore non ha volto.

Buona lettura