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Capitolo 11, Intenzione mortale.

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-Mi stai prendendo per il culo vero?
La maschera da Hockey era praticamente a contatto con la faccia dell’altro; gli occhi, due tizzoni infuocati, puntati.
Il giovane tecnico di computer fece uno scatto all’indietro.
-Le assicuro che è così, per quanto possa sembrare incredibile.
-Non può essere, non può essere vero.
-Eppure è così. Qualcuno con delle abilità fuori dal comune si è inserito nell’architettura stessa di tutta la rete…anzi sembra quasi che la rete stessa ci sia cresciuta quando l’abbiamo ricostruita dopo l’invasione dei Turran.
Il Soldato continuò a tormentarsi il braccialetto nero che portava al polso, ora ammutolito.
-Non c’è niente che possiamo fare per bloccare questo Hacker?
La Donna Dinamica si avvicinò al tecnico frapponendosi fra i due uomini.
-No. Impossibile. Per quanto possa sembrare incredibile lui e la rete formano un tutt’uno indissolubile; l’unico modo sarebbe escludere completamente l’intero sistema…ma si creerebbe il caos.
Rimase in silenzio per qualche secondo.
-Tutti i servizi fondamentali cesserebbero di funzionare all’istante. Una vera apocalisse.
A quel punto il Soldato parve ridestarsi dal suo torpore e uscì dalla stanza.
La Donna Dinamica balbettò un Grazie diretto al tecnico e si diresse dietro il compagno.
-Si può sapere dove te ne vai adesso?
-Ho avuto un’idea, ma spero di sbagliarmi.
La donna superò il compagno supereroe e gli bloccò il passo.
-Ovunque tu vada, io vengo con te.
Il duello di sguardi si protrasse per qualche interminabile secondo.
Alla fine cedette il soldato.
-Va bene, ma quello che vedrai potrebbe non piacerti.

 

 

Giorno 5 (ancora più tardi)

Siamo arrivati al dunque e come mi aspettavo l’Establishment ha usato un ennesimo trucco per non fare quello che è giusto.
Non si è nemmeno riusciti a approvare una semplice legge elettorale anticorruzione.
La nostra società è corrotta e nemmeno l’arrivo dei Turran è riuscito a produrre un sussulto d’orgoglio nelle nostre coscienze.
Anzi la loro tecnologia ci è infettato ancora di più, aggravando il problema.
Ma io ho la cura che pulirà il mondo dalla loro nefasta influenza, donandoci una nuova possibilità.
E adesso la userò.

Capitolo 9: Fotoni.

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Giorno 5 (più tardi)

Il tempo passa inesorabile. C’è chi se ne rende conto…e chi no.

 

-Smettila di prendermi per il culo!
Il Soldato si alzò in piedi e afferrò Mister Atlas per il colletto della camicia cominciando a scuoterlo.
-Se questa è una cazzo di trovata pubblicitaria, io…
-BASTA!
L’urlo della Donna Dinamica fu sufficiente a fermare l’uomo in uniforme verde.
Il mago fu lasciato andare e questi iniziò a massaggiarsi il collo.
-Per chi mi avete preso? Va bene essere stupido, ma qui mi sto auto-denunciando di un reato e non voglio morti sulla coscienza.
La voce della Donna Dinamica si fece soffice.
-Trasgredire la legge 7 è un reato grave, ma ci venga incontro e cerchi di capire la nostra diffidenza.
-Ve lo ripeto per la centesima volta.
Atlas si rimise seduto nell’unica sedia della stanza e fissò una delle pareti bianche della piccola sala degli interrogatori.
-Quel pazzo mi si presentato nel camerino e mi ha chiesto di starne fuori.
-Fuori da cosa?
Questa volta il mago fissò con odio la figura del supereroe con il volto celato dalla maschera da hockey verde.
-Dal venire qui, dal dirvi ciò che ho visto.
-Ossia?
Il sarcasmo non era nemmeno celato, anzi sbattuto in faccia simile a una doccia gelata.
-Il mio potere consiste nel vedere la realtà quantistica e di manipolarla in minima parte.
-E questo che c’entra?
Atlas sbuffò e continuò.
-Nella figura di Omega vedevo solo dei fotoni. Omega è un fottuto ologramma.

Capitolo 8: Flashback 2°, Il guanto.

guanto

16 Giugno 1999 Ore 19:00

 

-Luca sono più di dieci ore che stai lavorando. Devi fermarti, non stai ancora bene.
Il giovane sollevò gli occhiali e guardò il fratello; gli occhi venati di una luminescenza verdognola un aspetto spietato, vecchio.
-Adesso ho finito, fratellino.
La vecchia officina aveva le pareti tappezzate di crepe e, nonostante i bombardamenti ingenti, aveva resistito in modo quasi miracoloso.
Luca abbassò la saldatrice sul tavolo pieno di attrezzi, davanti a lui il frutto di una intensa giornata di lavoro: un guanto in acciaio.
-Che cos’è?
-Un’arma. Chi la indossa acquisisce, amplificato, il potere di quei mostri. Il corpo si ricopre di un’aurea protettiva invisibile che fornisce forza, velocità sovrumane. Con questa andremo a caccia.
Il fratello più giovane fece un passo indietro inorridito.
-Sei impazzito? Andare a caccia di cosa poi?
Sul volto di Luca compare un sorriso cattivo.
-Di altri di quelle bestie schifose, naturalmente. Dopotutto questo dispositivo funziona grazie al loro sangue.
Il giovane si fermò un attimo carezzando il guanto.
-Ma quando avrò abbastanza sangue potrò creare un flagello.

Penny Dreadful, la serie televisiva

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Nell’epoca tardo vittoriana i Penny Dreaful (traducendo liberamente in “Orrori da un Penny”) erano pubblicazioni a poco prezzo (un Penny appunto) che il popolino leggeva per svago; come il loro nome lascia presagire il loro argomento spaziava da argomenti di cronaca nera particolarmente truculenti, a leggende metropolitane nere, a racconti gotici e dell’orrore.
Lo stile era semplice(in quanto rivolto a gente di bassa cultura) e rapido (spesso i lavoratori non avevo molto tempo a loro disposizione), il tutto condito da illustrazioni grossolane e molto gore.
Dopo questa necessaria premessa veniamo alla serie televisiva che prende il nome appunto da queste pubblicazioni e che è ambientata nel periodo della loro massima diffusione.
Mi sbilancio (e mi scuserete), ma ci troviamo di fronte a un prodotto eccelso che rielabora una idea non nuova (mi riferisco al fumetto culto di Alan Moore “La lega degli straordinari Gentlemen”), ma la gestice con sapienza e maestria dando un prodotto originale ed estremamente ben fatto.
Già il cinema aveva tentato in passato di rendere in live motion l’opera di Moore con risultati disastrosi (“La leggenda degli uomini straordinari” è una vaccata clamorosa che usa l’idea base dell’autore per creare una brutta copia di una americanata pazzesca), ma questa serie televisiva inglese invece centra in pieno il bersaglio.
La serie è cupa, intrigante, mai scontata e piena di colpi di scena.
I protagonisti poi sono estremamente accattivanti: un misto di personaggi di famosi rielaborati (Dorian Gray, il dottor Frankenstein e la sua creatura) e nuovi entrate (un oscuro pistolero americano, Lord Murray).
Otto puntate che non deludono e che mostrano una Londra da incubo, cupissima e sporca.
Spero in una seconda stagione, che possa dipanare molto nodi lasciati insoluti.
Serie ovviamente straconsigliata.

Capitolo 7: Reazioni.

azione

Giorno 5

So cosa avranno detto in parecchi… E che cazzo è l’iniziativa di legge popolare numero 452?
Una cosa semplice e banale.

 

-Una fottuta legge anti-corruzione… ecco cos’è!
Il capo del gruppo di opposizione al Senato guardò gli altri astanti nella piccola sala riunioni: sulla sua sinistra il capo di quello di maggioranza, alla sua sinistra il rappresentante di quello misto.
Davanti a loro il presidente del Senato Ercoli.
-E adesso cosa facciamo?
Ercoli rimase in silenzio qualche secondo, gli occhi di tutti fissi di lui.
-Certo non possiamo sottostare al ricatto di un folle, né mostrarci deboli di fronte al popolo italiano.
-Quindi cosa suggerisce di fare?
-Mettiamo domani in calendario la proposta di legge 452 e mettiamola ai voti.
Gli altri tre si misero quasi a protestare in simultanea, ma si zittirono subito non appena Ercoli alzò una mano.
-Ho detto mettere ai voti, non approvare.

 

-Pronto, qui è il numero verde per la segnalazioni delle attività super-umane, come posso esserle utile?
-Signorina avrei informazioni relative al tizio vestito di nero, quello si fa chiamare Omega.
-Posso sapere cortesemente il suo nome?
-Mi chiamo Luca Santi, sono un mago di professione, ma tutti mi conoscono con lo pseudonimo di Mister Atlas.
-Lei è quello della televisione.
-Si, sono io…Ma devo anche confessare che sono anche un trasgressore della legge 7.
-Vuol dire che lei è un possessore clandestino di capacità super-umane?
-Si, non sono regolarmente registrato; ma questo non è importante adesso. E’ fondamentale che capiate che in realtà Omega non esiste.

Capitolo 5: La minaccia

Senato deserto manovra - Nonleggerlo

Giorno 4

La mia non è, ne sarà mai, una vuota minaccia.
La mia è una promessa, una certezza ineluttabile.

 

Il presidente del Senato, l’onorevole Ercoli, si limitò a premere un pulsante allo scattare dei tre minuti per avvisare il Senatore De Ferris che il tempo del suo intervento era finito.
Questi si limitò a dire: -Ho concluso, signor Presidente.
Si levarono pochi applausi stanchi dai presenti, solo alcune decine degli effettivi 320 eletti.
L’aula di fatto era semi-deserta: gli uscieri erano quasi più degli intervenuti al dibattito.
Il presidente Ercoli continuò imperterrito nel suo trantran quotidiano, accese il microfono e annunciò: -Iscritto a parlare è adesso il Senatore Onofrio. Ne ha facoltà.
Stranamente però rimase il silenzio per parecchi secondi.
La seconda carica dello stato italiano sollevò lo sguardo, infastidito per l’inutile perdita di tempo.
Ercoli incrociò gli occhi sbarrati dell’onorevole Onofrio che, in piedi al suo scranno, era come paralizzato nel fissare qualcosa; gli bastò una frazione di secondo per capire di avere qualcuno alle sue spalle.
-Buongiorno.
La voce metallica riecheggiò in tutti gli auto-parlanti dell’aula, simile al suono di un enorme gong.
Il presidente del Senato voltò la testa e si ritrovò a pochi centimetri dal naso una semi-automatica.
-Ora che ho la vostra attenzione, voglio che vi sia chiara una cosa da subito.
Il nuovo venuto era completamente vestito di nero: un abito lungo con soprabito, un cappello a tesa larga e il volto celato da una maschera della commedia dell’arte scura.
-Se entro ventiquattro ore non sarà a votazione l’iniziativa di legge popolare numero 452, qualcuno morirà…
Gli attimi passarono con questa minaccia ancora presente nell’aria, quasi una presenza fisica.
-Forse sarà uno in quest’aula il primo a morire.
La figura in nero continuò sempre spianando l’arma: -Forse qualche parente stretto, una moglie, un figlio…Forse un amico…Ma qualcuno morirà di certo e sarà seguito da un altro per ogni giorno di ritardo a questa mia semplice richiesta.
Il silenzio assoluto si cristallizzò per meno di un secondo, ma parvero secoli.
-Non fatemi tornare.
Detto questo l’uomo in nero scomparve e subito dopo iniziarono le urla.

Capitolo 4: In azione.

esplosione

Giorno 3

La quiete prima della tempesta.
Un momento di calma che precede un avvenimento violento.
Ma è sempre così…prima della rivoluzione.

La granata a frammentazione esplose in una pioggia di Shrapnel e detriti, ma la figura in uniforme mimetica non si arrestò. Passò attraverso la nuvola di schegge senza fermarsi.
I proiettili sembrarono scivolare sul corpo dell’uomo incapaci di toccarlo, nemmeno il pulviscolo ne  fu in grado.
Il Soldato piombò sul criminale, infischiandosene dei colpi di mitraglietta rivolti contro di lui: il super-umano sferrò un potente pugno dello stomaco dell’altro; l’impatto gli tolse l’aria dai polmoni, costringendolo a piegarsi in avanti boccheggiante.
Il Soldato sfruttò l’occasione e lo finì con colpo alla mascella.
Intanto Veritas era impegnata con un secondo uomo, evitando i suoi colpi convulsi di una semi-automatica.
La donna dinamica muoveva il corpo flessuoso in una danza continua e incalzante: a ogni piroetta la supereroina si avvicinava sempre di più all’avversario, spostandosi un attimo prima che il criminale sparasse nella sua posizione.
Alla fine i colpi del caricatore nel caricatore terminarono, ma la donna ormai vicinissima, non si fece impietosire e eseguì un potente calcio alla testa.
I due criminali crollarono al suolo quasi in contemporanea.
Gli echi dei colpi di arma da fuoco cessarono e Veritas si voltò verso il suo partner; il Soldato sembrava assorto nei suoi pensieri: lo sguardo perso nella parete davanti a lui, mentre continuava a tormentarsi uno strano braccialetto al polso destro.
La donna spezzò l’incantesimo del ritrovato silenzio.
-Abbiamo sistemato anche questi trafficanti di tecnologia Turran…ma ci sono notizie del nostro amico?
-No. Solo quell’assurdo diario pieno di stronzate che ha messo in rete e che i controllori del web non riescono a oscurare.
Rimase zitto per un attimo.
-Tutto questo non mi piace.
La donna si avvicinò al superuomo, che perseverava nel suo convulso gesto con il monile al polso.
-So che non c’entra nulla con tutto questo e che non sono affari miei, ma voglio chiedertelo lo stesso… Si può sapere che cos’è quel braccialetto che hai addosso?
Il tormento al braccio si arrestò di colpo e, senza voltarsi, l’uomo in uniforme se ne andò.
Veritas comunque sentì come in un sussurro la voce del Soldato dire: -E’ un ricordo di mio fratello.

Capitolo 3: Il sussurratore.

magia

Giorno 2

Mania di controllo.
Ma sarebbe meglio dire solo all’apparenza.
Abbiamo leggi su tutto: sul controllo e la registrazione di coloro che hanno sviluppato capacità super-umane in seguito alle armi chimiche Turran, sull’utilizzo della tecnologia aliena.
Non abbiamo però la volontà di applicarle, perché la società è marcia, le istituzioni corrotte, la morale inesistente.
Esiste però una soluzione.

-E tu che cazzo ci fai qui?
L’uomo, un giovane sulla trentina, aveva appena chiuso la porta del camerino, che si ritrovò di fronte una figura vestita di nero: un cappello a falda larga e subito sotto una maschera scura della commedia dell’arte.
-Mister Atlas, il mago dell’impossibile, il signore della magia.
La voce metallica distorta non nascondeva lo scherno e l’ironia del tono.
-Non so chi cazzo tu sia, ma adesso chiamo la polizia.
L’essere in nero si limitò a incrociare le braccia e a rispondere:
-Fallo e citiamoli per intero la legge sette…
Atlas fece un involontario passo indietro, mentre il volto sembrava ritirarsi nella sua già estrema magrezza.
-Che vuoi dire?
La risata cigolante fu come mano ghiacciata passata sulla schiena.
-Lo sai benissimo cosa voglio dire caro il mio sussurratore di quanti.
Fissò ancora Atlas per qualche secondo in silenzio, prima di riprendere.
-Trovo patetico che un manipolatore della realtà quantistica finga di essere un mago e sprechi il suo dono per motivi di spettacolo, ma sono affari tuoi.
-Cosa vuoi?
-Nulla.
Una sottile risatina di controno.
-Voglio che tu continui a fare quello che fai…passare attraverso i muri, camminare sulle pareti davanti alle telecamere. Ma sopratutto voglio che tu ti faccia gli affari tuoi quando comincerà.
Ancora silenzio.
-Quando comincerò la mia rivoluzione.
E dopo l’ultima parola Atlas si ritrovò solo in una stanza vuota.

Capitolo 2: La Lettera

omega

Giorno 1.

14 Giugno 1999.
Sono sicuro che chi c’era se lo ricorda molto bene.
Impresso nella memoria a fuoco.
Le sensazioni e i sentimenti di quel giorno.
Lo stupore e l’incredulità alla vista delle astronavi del cielo.
La paura e la disperazione quando i Turran hanno attaccato in massa e con violenza.
Armi chimiche, biologiche, nucleari si sono mischiate a tecnologie aliene distruggendo e forgiando la razza umana come in un crogiolo.
Sono morti a milioni (lo sapete meglio di me), ma per i sopravvissuti non era ancora finita.
Molti erano cambiati, mutati.
Per sempre.

L’ufficio era minimalista fino al parossismo: pareti bianche spoglie e una sola scrivania.
Sul ripiano del tavolo un computer compatto (tastiera, unità fissa e schermo), un portapenne e un blocco di carta.
Nessuna fotografia personale alle pareti, ma un’unica immagine del Presidente della Repubblica.
Un luogo asettico e impersonale.
Un uomo sulla quarantina in gessato era intento a leggere un documento seduto alla scrivania.
Le sopracciglia aggrottate e l’espressione concentrata furono disturbate da un rumore estraneo: il clic di un cane armato di un’arma automatica sovrapposta a una voce metallica.
-Lettura interessante?
L’uomo sollevò lo sguardo e si ritrovò di fronte a una figura vestita di nero: un loden lungo, un cappello a tesa larga, una maschera; soprattutto una grossa pistola spianata a pochi centimetri dalla faccia.
-E lei chi diavolo è?
Una risata metallica.
-Sono l’amico del Soldato e di Hereditas.
-Come accidenti è entrato? Qui è impossibile…
La pistola fu avvicinata ulteriormente, mentre la voce distorta acquisiva una totalità glaciale.
-Le consiglio di calmarsi e di fare quello che le dico… Sempre che non preferisca una pallottola in corpo.
-Ma lo sa chi sono io?
-Luca Salmoiraghi, Questore e Direttore del Centro di Controllo dei Superumani della città di Bologna, giusto?
Un attimo di paralizzato silenzio.
-E ora, se abbiamo finito, prenda quel pennarello dal portapenne e scriva ciò che le dirò su quella bella parete bianca alle sue spalle.

Le urla di rabbia fecero abbassare gli sguardi di parecchi individui: due in divisa da carabiniere, un altro paio di colletti bianchi.
Il Soldato e Hereditas videro la scena attraverso il vetro divisorio della stanza.
-Salmoiraghi non è proprio contento.
Il Soldato continuò a stare in silenzio, fissando le scritte.
-E non posso dargli torto. Le migliori difese contro i superumani disponibili e un novellino riesce a superare sia la sorveglianza sia la barriera anti-teletrasporto.
Il supereroe in verde non replicò e iniziò a rigirare uno strano braccialetto scuro attorno al polso sinistro; l’oggetto, perfettamente ovoidale, era aderente alla pelle e spuntava da sotto il colletto della camicia militare.
-Quelli sono cazzi suoi.
Finalmente parlò.
-I nostri sono invece queste cavolo di scritte.
Hereditas guardò il muro.
-Bhè il primo è un diavolo di indirizzo web, ma cosa significa la frase: chi era il mio alfa?
-Non ne ho idea.
-Almeno una cosa è chiara.
Il Soldato fissò Hereditas negli ochhi.
-E cioè?
-Il nome del tizio. L’ultimo segno è la firma: la lettera maiuscola dell’alfabeto greco, lettera Omega. Direi che non hai frequentato il Liceo Classico.
La battuta non sembrò suscitare alcuna reazione.
Il Soldato tornò a fissare la parete, continuando a tormentarsi il polso.

Capitolo 1: Presentazioni

tre maschere

Giorno 0

La guerra contro i Turran ha lasciato segni ovunque.
Dopotutto non si sopravvive a un tentativo di invasione da parte di una razza aliena senza conseguenze.
Molti di quelli che ce l’hanno fatta sono cambiati non solo nell’animo, ma anche nel corpo.
I Turran sono morti, uccisi dai nostri virus, e hanno lasciato la loro tecnologia e i loro corpi come retaggio.
Sono passati 15 anni e sembra un secolo.
Mio Dio quante stronzate…
E’ ora di finirla…
E’ ora di dire la verità…

Il magazzino era una lurida topaia maleodorante.
Quattro mura rattoppate alla meglio condite dappertutto con detriti illuminati dalla scarsa luce proveniente dai neon stradali esterni.
L’uomo stava al centro della stanza: una figura vestita di nero, un lungo Loden e un cappello scuro a falda larga.
Il volto celato da una maschera cupa, simile a quella indossata dagli attori della commedia dell’arte.
-FERMO!
L’essere in nero non si mosse di un millimetro, continuando con ostinazione a puntare una pistola (a prima vista una automatica) davanti a sé, contro un altro uomo, legato e imbavagliato a una sedia.
-Getta quell’arma.
Ancora nessun movimento.
-Ho detto di gettare quell’arma. Non farmelo ripetere.
Finalmente si decise a muoversi, voltandosi verso l’altra voce con smisurata lentezza.
-Il Soldato.
Un suono metallico, alterato in modo artificiale, trasudante sarcasmo.
-Il grande eroe della città.
Il nuovo venuto indossava una uniforme militare verde-mimetico sulla cui spallina destra spiccava la bandiera italiana, mentre sulla sinistra quella dell’unione europea.
La faccia era celata da maschera da hockey sempre verde.
-Non so chi cazzo sei tu, ma sei in arresto.
Una risata metallica risuonò nel magazzino.
-Per chi mi hai preso? Per uno di quei soliti stupidi che esercita la professione di supereroe senza la vostra beneamata licenza?
Per tutta risposta il Soldato cominciò a farsi scrocchiare le nocche delle mani.
-Vorrai dire l’ennesimo buffone.
Di nuovo la risata metallica.
-Sei uno spasso. Davvero. Dico sul serio.
L’uomo in nero abbasso l’arma.
-Volevo solo presentarmi. E in più farti omaggio di questo mentecatto.
L’uomo imbavagliato iniziò a agitarsi sulla sedia.
-Il trafficante di tecnologia Turran a cui stavi dietro da un mese.
Il Soldato strinse le dita a pugno e le avvicinò al petto.
-Non ho bisogno del tuo aiuto.
-Ma io non sono qui per aiutarti.
Un secondo di silenzio carico di tensione.
-Né per aiutare la tua compagna nascosta là dietro: Hereditas, la donna dinamica.
Altri infiniti secondi di pausa.
-Sono qui per fare la mia presentazione…e per sparire.
Detto questo, semplicemente scomparve nel nulla, come un fotogramma mal tagliato in una ripresa Super 8.
-E quello?
Una nuova voce di donna fece capolino da una colonna di mattoni del magazzino.
Un corpo flessuoso e tornito racchiuso in una tuta aderente bianca; il volto celato da una maschera di pizzo chiaro.
-Un teleporta?
Il Soldato si limitò a scuotere il capo.
-Non lo so, ma non mi piace.
Hereditas si accigliò osservando il compagno.
-Voleva presentarsi, ma non mi ha detto il suo nome.
L’uomo sollevò gli occhi e li fissò in quelli della giovane donna.
-E questo vuol dire che lo farà presto.